Il Paese dei bambini che sorridono

I bambini sono i veri protagonisti del Senegal: sono dappertutto, spuntano a sorpresa, corrono e accerchiano gli stranieri e li guardano con irresistibili occhi strappalacrime. Ma sorridono. Indossano magliette sportive, con i nomi di un calciatore europeo o di una compagnia del Golfo: contraddizioni stridenti in tutta questa povertà. Sono bambini socievoli e vocianti, e il turismo non li ha (ancora) corrotti come in Kenia o in altri Paesi più turistici, dove le richieste di denaro sono perentorie e i denti sono marci per le troppe caramelle. Qui sono bambini veri: se non sembrasse un giudizio azzardato, si potrebbero definire felici.
Sono tanti, il 60% della popolazione ha meno di 15 anni: i numeri dei Paesi che hanno battuto la mortalità infantile. Stando alle statistiche, la maggioranza va a scuola; ma la realtà sembra un'altra, fatta di analfabetismo e di vita primitiva. Il 70% delle case non ha la luce elettrica, l'economia in gran parte del Paese è di puro sostentamento, le case sono spesso capanne di paglia, o delle incompiute di blocchi di cemento. In un villaggio chiamato Missirah, affacciato al delta del fiume Saloum, decine e decine di graticci in ferro ordinati, appoggiati su basamenti mattoni, in riva all'acqua, sono il risultato di un “programma governativo di sostegno alla pesca e alla trasformazione del pesce”. Qui si essica quel che portano i pescatori, e si cerca di spingere qualche elementare volano economico. Lavorano molte donne, sorridenti e avvolte in abiti sgargianti, pronte a cantare e a danzare motivi tradizionali in un misto  indefinibile di lavoro-tradizione-esibizione.
Le vetrine del Senegal sono le sue strade, che attraversano cittadine multicolori e villaggi color sabbia. Si susseguono attività ripetitive, negozietti di “alimentation”, carrozzieri, gommisti, riparatori d'ogni tipo, barbieri, parrucchieri, artigiani che fabbricano cancelli in ferro, falegnami che espongono all'aperto letti, armadi, poltrone e sofà. I bambini giocano con modesti giocattoli in latta o in legno costruiti da amorevoli genitori,  oppure corrono spingendo un copertone di bicicletta. I copertoni consumati – d'auto, di camion – stanno dappertutto, vicino a cataste di barili di metallo, e a qualche carcassa di auto spogliata fino all'ultima vite; i copertoni servono per sedersi, per dar la biada ai cavalli, e, conficcati a metà nel terreno, segnano i confini. Ovunque, sulle strade, bancarelle di frutta e di verdura: arance ordinate a piramide, manghi, banane, e poi cipolle, carote, patate, base di una cucina semplice ma saporita. Tra la sabbia, al riparto degli alberi, quantità di animali liberi in cerca di qualcosa, capre, galline, asini. Sui muri scritte in francese di saggezza mai banale, quasi indirizzate a un grande programma spontaneo di istruzione collettiva. Esempio: “Un vecchio che muore è una biblioteca che brucia”: la celebrazione della cultura orale. Sulle strade, veicoli d'ogni tipo, da carretti trainati da quadrupedi, dove il conducente è seduto obliquo, con i piedi su una predella laterale, a giganteschi camion vecchi, rumorosi, puzzolenti. Facile incrociare carichi di sacchi di fieno d'arachidi, tanto leggeri da crescere smisuratamente in altezza: gli arachidi sono un'eredità coloniale e la loro paglia va agli aninali. Sui mezzi che abbiano un appiglio esterno, viaggiano in piedi, in tutta precarità, due, tre, cinque uomini che non si rendono nemmeno conto di rischiare la pelle: qui l'aspettativa di vita media è di 52 anni, non pochissimo per l'Africa, ma lontanissima dalla nostra, seconda al mondo con 85 anni. Numeri da pelle d'oca.
Saint Louis, la prima capitale, è un'antica cittadina intatta, con una rete urbanistica  e case di tipo coloniale: pare di essere in Centro America. Ci si arriva da un ponte ottocentesco in ferro attribuito a Eiffel, e la si visita al ritmo di un calesse. Il mercato (anche notturno) è spettacolare, con centinaia di barche ammassate una vicino all'altra, reti di pesce azzurro riversate all'arrivo, un'umanità varia e affaccendata che alla fine carica i camion pronti a mettersi in cammino per Dakar e oltre. Ma dal ponte che porta al mercato la vista è terribile, acqua lurida, pesci morti che galleggiano, maiali e cinghiali in cerca di cibo maleodorante, brulicare di folla ovunque.
La pace si ritrova in un'altra isola più a Sud, Joal Fadiouth, alla quale si arriva con un ponte pedonale in legno che sovrasta le maree: quando l'acqua si ritira diventa la tribuna dalla quale gli abitanti assistono alle partite i calcio. L'isola – tipica isola di pescatori – ha un paio di caratteristiche che la redono unica: la ghiaia bianca in tutte le strade non è di sassi, ma di conchiglie di vongole che si sono ammassate qui in centinaia d'anni, (le vongole sono tuttora uno dei proventi principali). Poi, attraverso un altro ponticello, si arriva a un cimitero molto singolare, ordinato su una collinetta dominata dai baobab e dai flamboyan: le tombe sono per lo più cristiane, bianche, regolari, ma con esse convivono sepolcri musulmani e animisti. Esempio della tolleranza, della pace, della fratellanza che anima questo luogo e tutto il Senegal, Paese in cui le differenze di religione non hanno alterato la serenità e la convivenza.
A mezz'ora di traghetto da Dakar, un'isola ormai turistica, Gorée, testimonia l'oppressione di portoghesi e francesi e il traffico di schiavi che da qui prendeva la via dell'Atlantico: famiglie smembrate, sofferenze e totale incuranza per la vita umana; un piccolo museo ricorda tutto questo, mentre fuori baretti tipici, ristoranti, botteghe e mercati ricordano, ce ne fosse bisogno, che il passato è passato. A Dakar, città d'impronta francese con interessanti palazzi Decò, sorprende la vecchia stazione ferroviaria, in ferro, mattoni e ceramiche smaltate, che sembra progettata dagli architetti del primo Metrò parigino. Ora è dismessa, ospita mostre ma il suo futuro sembra incerto.
In un Paese dell'Africa nera non possono mancare, ovviamente, gli animali. La riserva di Bandia, 3500 ettari, è singolare e – si potrebbe dire con una punta d'ironia – di vivissima attualità: si tratta di un parco vegetariano, dove nessun animale si nutre di carne. Quindi giraffe, zebre, struzzi, rinoceronti, zebù, scimmie e bufali conducono vita tranquilla e muiono serenamente di vecchiaia. L'unico animale feroce, autoctono, è la iena: ma per non turbare l'equilibrio vegano è rinchiusa in un recinto.                               .

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