Con gli occhi degli indiani

Complice anche il momento storico, l’avere attraversato gli Stati Uniti alla scoperta della loro anima indiana è stata un’esperienza di viaggio che ha fissato ancora di più in me la convinzione di una destinazione inesauribile per approcci. E’ davvero un peccato limitarsi alle grandi città e i tour operator dovrebbero imprimere una sferzata coraggiosa ai loro programmi, mettendo in evidenza tagli culturali più marcati. Un percorso vissuto con gli occhi degli indiani, nei loro territori, spiegati bene e con informazioni rilevanti restituisce un’immagine degli Stati Uniti – che oggi appaiono respingenti il turismo, ma non è così – più forte e stimolante a ritornarci di qualsiasi contesto urbano o elettrizzante metropoli. Ma gli organizzatori di viaggi questo lo sanno, infatti le escursioni ai villaggi delle tribù Havasupai, e altre, corredano alcuni itinerari da diversi anni. Mi era già capitato di visitare l’unica comunità ad abitare il fondo del Grand Canyon, in un paesaggio di autentico Eden come le cascate Havasu, ma ancora non sapevo nulla del percorso di emancipazione e di inclusione delle comunità degli indiani d’America nella società statunitense. E nemmeno che il turismo è l’economia che meglio riuscirà nell’intento.

Siamo stati privilegiati ospiti di Aianta, l’associazione no profit che promuove l’economia turistica nelle 567 tribù di tutti gli Stati Uniti. La sua mission è duplice: formare i membri delle comunità a relazionarsi con i mercati esteri e convincere le stesse ad uscire dall’isolamento, frutto della cultura schiva che li porta ancora oggi a non volere essere ritratti nelle fotografie o a celebrare le tradizioni in assoluta privacy. Fuori dal mondo: anche per me è la sensazione provata più volte, sarà per i cieli unici che ci hanno accompagnato, i villaggi rupestri incastonati nelle rocce dei canyon, i volti delle persone, i colori dei loro vestiti, i gioielli di argento con turchese e i lunghi capelli (la storia dalla nascita), i manufatti costosissimi perché portano in sé l’importanza delle centinaia di ore di lavoro a mano. Infine, gli orizzonti infiniti lungo le strade da Phoenix ad Albuquerque.

Siamo partiti dall’Arizona per raggiungere il Nuovo Messico, passando dallo Utah, conoscendo la grande cultura del popolo Navajo e un corollario di altri gruppi minori, misurati nel numero dei chilometri di terre di proprietà (ancora oggi il parametro dell’importanza), ugualmente immensi nella ricchezza culturale. I nomi sono parte integrante del fascino che risuona nelle loro storie. Ecco i Salt river Pima Maricopa a Phoenix, 10mila abitanti e l’artigianato della cesteria con gli arbusti del fiume salato: 4 mesi e otto ore di lavoro ogni giorno per realizzare il vassoio della sposa. E ti chiedi del valore delle cose e del tempo delle persone, tra un piatto cinese simile che costa 2 euro e questo da 200 dollari. “Ogni linea tessuta in un tappeto, ogni colore delle stoffe, ogni granello di sabbia che ogni giorno ricrea la magia del canyon con soli tre ingredienti: sabbia, vento, acqua, ripetuti per milioni di anni, hanno un loro senso – dice Donovan Hanley, responsabile marketing dalla Navajo Nation Hospitality Enterprise -. Noi crediamo che non serva accumulare, dobbiamo prendere solo il necessario e ci verrà restituito dall’universo”. Delle oltre cinquecento tribù in sei regioni non tutte hanno una figura di marketing, ma quando questo accade è l’occasione per i viaggiatori di aprire la porta della conoscenza in maniera dettagliata. Se si vorrà incrementare i flussi di turismo internazionale, la scelta delle guide capaci di trasmettere la profondità delle tradizioni è l’aspetto da curare per gli organizzatori di viaggi. Musei e centri culturali non mancano, strutturati per comunicare con i bambini attraverso supporti multimediali, quindi di ampia fruibilità per il visitatore con difficoltà linguistiche. Nelle lobby dei grandi alberghi, gestiti dalle stesse comunità, si conservano reperti e manufatti allo stesso scopo divulgativo. Ed è qui che si riflette sul ruolo del turismo come spinta all’evoluzione degli indiani d’America. Tra i cinque settori economici più importanti per i Navajo (310mila abitanti), l’industria delle vacanze vede i nativi proprietari di alberghi che issano insegne prestigiose, il business dei casinò è l’altro segmento più presidiato, sono tour operator praticamente esclusivi dei patrimoni dell’umanità come la Monument Valley. Non esiste uno studio esaustivo dell’impatto economico di queste attività sull’evoluzione sociale, realizzarlo contribuirebbe alla consapevolezza che l’immagine restituita dai libri e dal cinema è ormai obsoleta. Leggende e proverbi hanno fatto il loro tempo, la Google search ce li trasmette con tale frequenza nella ricerca compulsiva di “quotes of the day” da non sapere più se sono davvero tribali. “Il grande schermo e la letteratura hanno molto raccontato di noi – conclude Hanley -, ma vorremmo che i viaggiatori si facessero un'idea personale di ciò che siamo, della realtà attuale e delle origini. Credo che le motivazioni di viaggio stiano cambiando e che in molti vogliano avere una prospettiva personale, non condizionata dagli stereotipi”.

Dice un proverbio nativo: “Se davanti a te vedi tutto grigio, sposta l’elefante”. O erano mica i Peanuts?

Tags: ,

Potrebbe interessarti