Startup: una vita media di 3 anni

Quanto dura la vita media di una startup? Tre o 4 anni, “quelle interessanti sono quelle che sopravvivono ed escono dalla valle della morte”. E’ così che si esprimono in gergo nel mondo startup, spiega Pietro Ferraris, presidente dell’Associazione Startup Turismo. Ad oggi le realtà che ne fanno parte sono 126. Il trend di crescita è stato buono, è aumentato anno su anno, “nel 2016 eravamo poco sotto le 100, quindi c’è stata una crescita del 20%”.
Ferraris è soddisfatto dei risultati ottenuti, “siamo diventati un punto di riferimento per parlare con le istituzioni e i partner industriali, sotto un cappello che le raccoglie quasi tutte”. Cresce la visibilità dell’associazione, ma anche l’opportunità di fare networking. A detta del manager la sensazione è che stiano nascendo più startup, “molte sono early stage, al primo stadio, siamo stati contattati da loro – osserva -, anche da aziende con pochi mesi di attività o in fase di business plan. Nel 2017 oltre il 50% delle nostre startup ha meno di un anno di vita, ma il turn over è elevatissimo”. Questa’nno sono state perse 15 startup, ma sono state più di 30 o 40 le new entry, andando così a compensare. Tra i fenomeni può essere anche che “ci siano più giovani che si dedicano al mondo del travel, ma è anche vero che ne muoiono tante di startup”. La loro parabola è la seguente, si parte con la fase di “entusiasmo al primo anno, al secondo si hanno meno soldi da investire ed al terzo cosa succede? Se il business non sta in piedi scompaiono ed è meglio così”, afferma Ferraris.

Nuovi progetti
L’associazione dal canto suo sta lavorando ad una serie di progetti, uno riguarda l’idea di dividere le startup presenti nel sito in categorie, in modo da agevolare la lettura e dare visibilità a tutte. “E’ un grosso lavoro, prevediamo dei filtri per clusterizzare le startup, definire i loro profili per poterle filtrare. Ci siamo resi conto che la sezione delle startup è la pagina più visitata del sito, ma per come è oggi è anche la meno fruibile”, da qui l’idea di creare dei cluster.
Nel 2018 una delle attività che sarà sviluppata sarà quella di “spingere il programma del mentoring, legato ad una sezione del sito dove sono presenti gli accordi con mentor eccellenti in area travel. Vogliamo dare un supporto ai giovani, che possono trascorrere una o due ore con gli esperti, per recuperare i feedback e minimizzare il più possibile la mortalità delle startup”.
Ad oggi tra le chance offerte dall’associazione c’è quella di partecipare a tre fiere italiane, la novità sara la possibilità di estenderla a due fiere estere (Itb e Wtm), “per dare visibilità alle associate a livello internazionale”.
Infine, la mossa del networking, con eventi organizzati sul territorio, da Milano o in altre città, “per farle conoscere meglio tra di loro e assieme”.

In Italia
Qual è la situazione nel nostro Paese? Se si guarda il livello in generale di business plan Italia-estero “c’è differenza – riconosce il manager -, non solo per il travel. Ci sono casi interessanti in Italia, che meriterebbero investimenti, ma i fondi hanno tempi ancora molto lunghi”.
Se non è difficile “raccogliere il semino, ossia il finanziamento iniziale fino a 200-250mila euro, è difficile lo step successivo, quello del round serie A che è da 1 milione in su”. In mezzo c’è una zona grigia. Chi sono gli investitori? Nel primo ambito sono incubatori, acceleratori, nel secondo sono fondi di investimento, “che raccolgono da investitori privati che diversificano il proprio portafoglio”.
Le startup made in Italy da cosa si diverficano da quelle estere? C’è un aspetto che balza all’occhio ed è il fatto che molte “abbiano uno sviluppo molto locale. Il che comporta due aspetti, uno è positivo per le regioni interessate, in quanto creano visibilità su quella destinazione, realizzando un buon patrimonio, ma allo stesso tempo il limite è dovuto al fatto di non essere particolarmente scalabili”.                             

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