A Cobà la scoperta dell’archeologia Maya

Cobà è un luogo così affascinante da meritare, da solo, un viaggio nello Yucatan. Si tratta di una zona archeologica Maya, datata tra il IX e il XII secolo, e offre al visitatore pochi monumenti strappati dagli archeologi alla foresta tropicale. Uno di questi, il principale, è una piramide alta 42 metri, fatta di blocchi di pietra ripidi, sui quali ci s'inerpica aiutati da una grossa corda di sicurezza (ma questo non impedisce che talvolta un visitatore, soprattutto in discesa, perda l'equilibrio, cada e si rompa qualcosa). Ma se la salita è un'avventura, l'arrivo alla sommità allarga il cuore e permette di vedere un paesaggio unico al mondo: una sconfinata distesa di verde, completa, totale, senza interferenza alcuna della civiltà, né tralicci, né cemento… solo un mare, un oceano di verde che toglie il fiato. Ma l'orizzonte non è piatto. Vi si riconoscono, qua e là, delle emergenze che sembrano delle piccole colline: bene, quegli ingrossamenti indicano inequivocabilmente che là sotto ci sono altre piramidi, ancora coperte dalla natura, che aspettano il giorno della loro scoperta (in senso davvero letterale). Decine di piramidi nascoste che aumentano gli interrogativi su questo luogo intatto e ancora così promettente.
A differenza di Tulum, la città Maya forse più bella, affacciata sul mare come un gran-de anfiteatro e conosciuta fin dal XVI secolo, gli scavi a Cobà sono cominciati molto più tardi – nel XIX secolo – e sono proseguiti, con delicatezza, all'inizio del Novecento. Oltre alla piramide principale, pochi altri manufatti Maya raccontano dell'organizzazione della società, del gioco della palla, delle condanne a morte, del rapporto con il mondo dell'aldilà e con l'”inframondo”. Si arriva ai monumenti percorrendo un lungo cammino nella foresta, a piedi ma anche in bicicletta o in risciò. All'ingresso negli ultimi anni sono state realizzate delle attrazioni turistiche e un ampio mercato di lavori artigianali e souvenir.
Tra tutti gli oggetti esposti qui e altrove, colpisce la quantità di teschi e immagini di morte, grandi e piccoli, tutti sorridenti, in ceramica colorata, che sembrano farsi beffa della tragica realtà che rappresentano. Questo gusto decorativo e sereno dei simboli dell'aldilà viene sicuramente dalla celebrazione di antiche credenze Maya unito all'esigenza – ormai evidente in ogni luogo turistico del mondo – di creare oggetti originali e riconoscibili, che sorprendano il turista e lo inducano all'acquisto. Qui si vive una specie di perenne Halloween, dove la morte prende anche le fattezze femminili della figura locale di Katrina, un'allegra strega disegnata sul proprio scheletro: un po' arte, un po' simbolo popolare, un po' fumetto.

Un esempio coloniale
A chi soggiorna in uno dei grandi alberghi internazionali della Riviera Maya, va suggerita una gita a Valladolid, l'unica città coloniale visitabile in giornata. Un luogo sorprendente, intatto, accogliente. Civiltà ispanica semplice e tipica, con cattedrale a due campanili simmetrici, piazza quadrata e alberata, portici, basse case in pietra, colori vivaci, botteghe familiari, legno scuro per porte e finestre. Qui l'attrazione principale è il convento di San Bernardino da Siena, un complesso di edifici che comprende chiesa, celle, sale, giardino, e persino un “cenote”, un grande serbatoio d'acqua che sprofonda nel sottosuolo.  Di cenotes lo Yucatan è ricchissimo, molti sono visitabili, trasformati in attrazione turistica: ci si cala nel profondo delle rocce, al buio, nell'acqua nera lucente di riflessi, e ci si aggira o a nuoto o a piedi – secondo i luoghi – sovrastati dalle stalattiti e con l'amabile compagnia dei pipistrelli.     
 

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