La neve sosterrà la sfida?

La neve, mai come quest’anno, è balzata agli onori della cronaca tra stampa e tv, suscitando polemiche, non poche preoccupazioni e prese di posizione che sono arrivate persino a dividere l’Europa tra chi si dice favorevole all’apertura degli impianti sciistici prima di Natale, salvo poi magari rivedere la propria posizione in corso d’opera, e chi, come l’Italia è più per una linea rigida di chiusura per non trovarsi a dover fronteggiare quanto vissuto la scorsa estate. L’obiettivo è uno solo, contenere i contagi, però il settore degli operatori e di tutto l’indotto fa sentire la sua voce, ricordando che non di solo sci si sta parlando. Non sono mancate le stime di perdite per la stagione e gli appelli  per sensibilizzare il governo anche in tema di ristori.

Lo scenario europeo
Alla data in cui si scrive, lo scenario vede la Germania sventolare la bandiera dei Paesi che vogliono chiudere le stazioni sciistiche europee per Natale e Capodanno. Una posizione che trova concorde il nostro Paese, visto che il premier Giuseppe Conte ha comunicato, con il Dpcm entrato in vigore il 4 dicembre scorso, ai presidenti delle Regioni la chiusura degli impianti sciistici e delle piste, fino al 6 gennaio. Era intenzione del nostro governo creare un coordinamento con l’Unione Europea per avere regole uguali in tutti i Paesi membri, ma la Ue ha specificato che si tratta di scelte che vengono decise dai singoli Stati. Inoltre, sono state respinte le richieste avanzate dai governatori e dagli operatori del settore le cui linee guida (capienza al 50% delle funivie, mascherine obbligatorie sugli impianti e distanziamento) sono state ritenute insufficienti ad evitare i contagi. Per quanto riguarda gli alberghi di montagna si è deciso che potranno rimanere aperti, ma rispettando i divieti previsti per il veglione. Sono quindi vietati i cenoni negli alberghi. Il 31 dicembre i ristoranti interni dovranno restare chiusi, si potrà fare solo la consumazione in camera. Il nuovo Dpcm ha stabilito che gli italiani che si troveranno all'estero per turismo tra il 21 dicembre e il 6 gennaio, al rientro dovranno fare la quarantena, che è prevista anche per i turisti stranieri in arrivo in Italia nello stesso periodo.
La decisione del governo sulla neve non ha incontrato il favore dei governatori, la cui richiesta è stata quella di chiudere i confini nazionali. Il tutto per cercare di evitare la concorrenza dei Paesi che opteranno per l’apertura degli impianti da sci. Cosa succede, infatti, oltre confine? Sempre alla data in cui si scrive, la Francia ha deciso che per Natale le piste rimarranno chiuse, però bar, ristoranti e negozi saranno aperti. In pratica si dice no allo sci, ma sì a passeggiate e shopping. L'Austria inizialmente era contraria alla chiusura delle piste, poi, ha fatto un dietrofront ed ha varato nuove regole, mettendo il turismo bianco in stand-by. Gli impianti sportivi all'aperto, compresi i comprensori sciistici, potranno riaprire dal 24 dicembre ad uso esclusivo dei residenti. La Spagna non sembra voler rinunciare alla stagione invernale. Gli impianti sui Pirenei dovrebbero aprire il 21 dicembre. La Svizzera? Va contro corrente in merito ad un possibile accordo Ue, con skilift e seggiovie già in funzione, ma nel rispetto di regole rigide.

Non di solo sci
si tratta

Intanto in Italia si iniziano a fare i conti. Si parla di una perdita di indotto pari a 20 miliardi, cifra vicina all’1% del Pil nazionale, questo il danno che la montagna legata all’industria dello sci sarà costretta a subire. Piemonte, Valle d’Aosta, Lombardia, Provincia di Bolzano, Provincia di Trento, Veneto e Friuli Venezia Giulia, non ci stanno e, in una nota congiunta, fanno sentire al Governo la loro voce. “Non è corretto parlare di solo sci, attorno alla stagione invernale abbiamo intere economie di montagna e alcune centinaia di migliaia di posti di lavoro perlopiù stagionali – dichiarano gli assessori delle regioni – infatti, agli impiantisti bisogna aggiungere i noleggi, le scuole di sci, i ristoranti, i rifugi, gli alberghi, i bar, i negozi e tutte le altre attività economiche legate, dall’artigianato alla filiera alimentare, senza dimenticare il settore dei traporti privati, dei servizi, della moda, dei carburanti e così via”. Tutte le regioni alpine hanno calcolato in 20 miliardi l’indotto diretto della stagione invernale. Una economia che caratterizza molte valli delle Alpi, ma vale anche per gli Appennini.
Ad asserire che “un Natale con le piste chiuse darà il colpo di grazia all’intera economia della montagna” il presidente di Federturismo Confindustria, Marina Lalli e il presidente di Anef Associazione Nazionale Esercenti Impianti a Fune, Valeria Ghezzi, in una nota congiunta. Numeri alla mano “il fatturato del turismo invernale – dichiara Lalli – sfiora i dieci miliardi di euro, di cui un terzo delle entrate si realizza proprio nel periodo compreso tra l’Immacolata e l’Epifania. La filiera che vive dell’industria della neve è lunghissima”, con la chiusura delle piste “rischia di vedere bruciati fino a tre miliardi di euro”.
Dal canto suo Ghezzi riporta le richieste degli operatori del settore che, riconoscendo, “la gravità dell’emergenza in atto e l’attenzione primaria che deve essere rivolta alla salute”, chiedono “di essere trattati come gli altri settori e cioè in base all’andamento del contagio. Non chiusi a priori”.

I numeri
In Italia le aziende funiviarie sono “oltre 400 con 1500 impianti di risalita (di diversa tipologia) – rivela la nota Federturismo-Anef -. Gli impianti sono serviti da circa 3.200 km di piste (lunghezza lineare), che per il 72% sono dotate di innevamento programmato che richiede oltre 100 milioni di euro. All’inizio della stagione invernale le società impianti hanno sostenuto ormai il 70% dei propri costi per aprire in sicurezza (di trasporto e gestione e non solo sicurezza Covid). Il comparto montagna, nel solo arco alpino, offre lavoro a oltre 120mila persone (la maggior parte delle quali con contratti stagionali)”. In una nota anche Confturismo-Confcommercio si esprime sui danni economici che deriverebbero dallo stop allo sci. A rischio vi sono “2,4 mld di consumi in località arco alpino tra dicembre e marzo. Cifra a cui si deve aggiungere anche la mancata spesa per l’acquisto di accessori, abbigliamento e attrezzature per lo sci e l’ulteriore perdita di spesa complessiva derivante dalle altre località sciistiche del nostro Paese”, evidenzia la nota. Da qui la necessità di un “coordinamento neve anche a livello europeo”.
In condizioni di normalità si ha che “il numero di presenze turistiche complessive atteso nello stesso periodo in quell’area, inteso come numero di notti a destinazione, è di circa 20 milioni. Cifra che contempla anche il numero dei turisti presso le seconde case di proprietà ed esclude gli escursionisti, cioè coloro che vanno e vengono in giornata senza pernottare”. Anche nell’ipotesi di una riapertura degli impianti, “tenendo conto delle restrizioni alla mobilità dei turisti”, verrebbero a mancare “oltre 12 milioni di notti a destinazione pari ad una perdita stimata di spesa di almeno 1,7 miliardi di euro”.       

                                                   

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