Affitti brevi, un modello sostenibile per il turismo

Il volano economico è quello che finora è stato considerato di serie B rispetto alla ricettività tradizionale

“Un piano strategico sotto la regia del Governo che, grazie a incentivi fiscali e norme semplificate, consenta di recuperare gli immobili dismessi in migliaia di destinazioni secondarie italiane che, a fronte di un costo molto contenuto in termini di restauro conservativo, potrebbero davvero rinascere anziché vedere svenduto il loro patrimonio immobiliare, vero asset del nostro Paese, a stranieri che magari vi soggiorneranno dieci giorni l’anno senza attivare alcun indotto. La provocazione di tanti sindaci che svendono le case dei nostri nonni a un euro è un grido d’aiuto che va ascoltato. Il vero turismo sostenibile è quello che finora è stato considerato di serie B rispetto alla ricettività tradizionale ma che nell’estate 2020, la prima dopo la pandemia, è stato il primo a ripartire perchè considerato più sicuro se gestito da operatori professionali. È il turismo dei cosiddetti affitti brevi, ormai diventati medi se non lunghi, nelle seconde case degli italiani”.

Aigab, l’Associazione italiana gestori affitti brevi interviene così nel dibattito sul futuro del turismo innescato dalle parole del presidente del Consiglio Draghi sulla necessità di “preservare, cioè almeno non sciupare, città d’arte, luoghi e tradizioni che successive generazioni attraverso molti secoli hanno saputo preservare e ci hanno tramandato”.

“Ci prendiamo la responsabilità di ricordare al presidente Draghi e al ministro Garavaglia che il vero turismo sostenibile è proprio quello rappresentato dalle nostre aziende che riqualificano e non cementificano, è quello dei cosiddetti affitti brevi – spiega Marco Celani, presidente Aigab – anche se in questa fase è più corretto parlare di affitti long stay ovvero fino ai 18 mesi visto che la domanda, dopo il primo lockdown, è drasticamente cambiata come la tipologia di viaggio che gli italiani prenotano da quando è scoppiata la pandemia. Parliamo di soggiorni in abitazioni ed edifici che sono stati riqualificati e sottratti al degrado e all’usura del tempo, su cui i proprietari hanno investito sempre più spesso per avere un’entrata integrativa rispetto alla pensione o allo stipendio che magari non c’è, e gestiti da vere e proprie aziende che mettono in campo una gestione professionale sicura e trasparente”.

“Questo modello è il volano per riattivare centri minori portandoci senza cementificare remote workers in fuga dalle grandi città ma anche per attivare una domanda che, una volta che si potrà tornare a viaggiare in serenità, saprà intercettare tanti turisti stranieri allentando la pressione sulle top destination. Rispetto all’asset delle seconde case degli italiani non utilizzate, circa 6,3 milioni, quelle immesse nel circuito del vacation rental sono solo 550 mila. Di queste circa 200mila sono gestite da aziende. Complessivamente gli operatori, professionali e non, sono tra i 20 e i 30 mila, con un indotto nel mondo del lavoro di centinaia di migliaia di persone. Il nostro settore nell’estate 2020 è stato il primo a ripartire grazie agli standard di sicurezza altissimi e la personalizzazione che un soggiorno in una casa può garantire visti gli spazi che vengono goduti dall’ospite in forma esclusiva. I soggiorni nelle case italiane possono contribuire da subito al rilancio dell’intero comparto turismo a beneficio dell’intero Paese. Confidiamo che il Governo ne tenga conto”.

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