La sostenibilità non è una moda

Si fa un gran parlare di sostenibilità, ma lo si fa in modo superficiale o sta cambiando psicologicamente le persone? E ancora… la pandemia l’ha messa in secondo piano? Sembra di no. “La sostenibilità non è una moda”, afferma Andrea Alemanno, Principal Ipsos Strategy3. A provarlo sono i numeri.

Sulla base dei dati Ipsos, “gran parte degli italiani conosce il concetto (72%) e di questi il 37% afferma di conoscerlo molto bene, mentre il 35% lo conosce superficialmente”. Il 18% non conosce il concetto e il 10% afferma di avere una conoscenza distorta.

Perché è giudicata così rilevante? “perché c’è l’idea di base che le cose così non possono andare avanti e ognuno si sente parte del problema”. Cresce il senso di responsabilità, i dati Ipsos attestano che “l’82% degli italiani pensa che i cambiamenti climatici dipendano largamente dalle attività umane e l’80% ritiene che ci sarà un disastro ambientale se non cambieremo rapidamente abitudini”. Nel 2018 si aveva che il 20% erano sostenitori, in pratica 1 su 5, che cercano di vivere con una certa attenzione. Un 50% “sono aperti, stanno pensando al tema, che li interessa”. Il 13% è scettico, il 17% indifferente.

Cosa è successo dopo due anni? Nel 2020 è aumentata la percentuale degli scettici, ora al 19%, gli aperti sono il 41%, in calo sul dato del 50%. I sostenitori sono il 22%.

C’è un dato però che fa riflettere, ossia il fatto che “il settore turismo non è tra quelli messi a fuoco quando si parla di sostenibilità. Al primo posto c’è l’energia, al secondo i veicoli e le auto, al terzo l’enogastronomia, investita di maggior valore nel trovare soluzioni sostenibili”. La voce turismo, leisure e sport si colloca all’ottavo posto. “Nel mondo del food si nota che tante cose vengono fatte, in particolare sul pack, ma tanti aspetti restano indietro. Per esempio lo spreco – fa presente Alemanno -, dove c’è molto da fare”.

Un trend di lungo periodo

La pandemia ha cambiato i comportamenti? A quanto emerso sembra che li vogliano mantenere, per esempio “le persone vogliono sprecare meno e viaggiare in modo diverso, riducendo i voli aerei. Nel mondo sono tante le persone che la pensano così, più di chi vuole aumentarli”. Più precisamente a livello mondiale è pari al 45% la volontà di ridurre i voli, trasformando così un comportamento di necessità in un cambiamento permanente. Come osserva Alemanno è un “trend di lungo periodo, cosa succederà? Non spariranno gli aerei – rassicura -, ma la generazione dei low cost sarà affiancata da una più slow e consapevole”. Il che viene indicato come una “possibilità da sfruttare per chi fa turismo locale”.

Inoltre, il 51% degli intervistati si considera un consumatore attento alla sostenibilità e un 44% pensa che le aziende/marche non stiano facendo abbastanza per la sostenibilità nel turismo.

Quanto al tema delle vacanze nei prossimi 5 anni, i principali item sono qualità (dei ristoranti e della cucina) e flessibilità; scende, invece, il lusso in senso classico, “è visto come ostentazione e ed è un po’ in difficoltà”.

Italia Paese destinazione

Come ci vede il resto del mondo? E’ tra i temi analizzati dalla ricerca Be-Italy 2020, da cui è emerso che: “L’Italia nel mondo è il Paese più aspirazionale. L’Italia è il Paese destinazione, pertanto se non lo intercettiamo è colpa nostra”, ammonisce il manager. C’è anche da considerare la percentuale (44%) di chi in Italia vuole tornare. Quanto al tema sostenibilità, da una indagine svolta in 18 Paesi nel mondo, è emerso che il nostro Paese è collegato a tale concetto tanto da posizionarsi al quarto posto assieme al Giappone, dopo Canada, Germania e Australia, trainato dalla propria qualità della vita. “E’ sostenibile l’idea dell’Italia, ma non è associato all’idea dei prodotti, in quanto è dato per scontato, infatti, è un tema che non raccontiamo abbastanza”. Per esempio in questo è più brava la Germania, “che lo racconta meglio”.

Una conferma arriva sulla cucina italiana, “è la più utilizzata nel mondo, la più gradita, in questo non c’è grossa distanza tra le classi più abbienti e quelle borghesi”. La ristorazione italiana conferma la sua attrattività sia per gradimento, sia per frequentazione, “il 70% degli intervistati in diciannove Paesi e l’86% tra i ceti elevati, dichiara di aver pranzato o cenato in un ristorante italiano nell’ultimo anno”. Il messaggio è chiaro: “Abbiamo un asset eccezionale, però siamo un Paese che si racconta poco, invece, potrebbe creare una strategia di sviluppo molto forte”.

Stefania Vicini

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