Crisi d’impresa: “Tema per aziendalisti, non per giuristi”

Il diritto fallimentare non è mai stato riformato e con altri diritti, come quello tributario, manca il dialogo. E’ critico l’intervento di Corrado Ferriani, commercialista e revisore contabile, esperto in crisi d’impresa, intervenuto al convegno dal titolo: “Crisi d’impresa: punti di forza e criticità della riforma fallimentare”, organizzato dalle sezioni Fidapa (Federazione Italiana Donne Arti Professioni Affari) di Torino, Pinerolo e Milano in collaborazione con l’ordine dei Commercialisti. Un tema che trasversalmente parlando influisce anche sull’industry turistica, sensibilmente colpita dagli eventi pandemici e che vede molte realtà a rischio chiusura.

“Si rischia – ha affermato Ferriani – di portarsi a casa una norma peggiore di quella che abbiamo ora. In Italia ci sono tante Pmi basate sull’imprenditoria familiare, ma le grandi imprese sono trainanti e permettono anche alle altre di esistere e operare. Quelle grandi sono sottoposte alla procedura di amministrazione straordinaria. Dal 2000 al 2019 (con la Prodi bis, ossia la procedura di amministrazione straordinaria delle grandi imprese insolventi, ndr) sono state dichiarate 244 procedure – ha sottolineato il consulente – e di queste solo tre hanno avuto un effettivo risanamento e guarda caso appartenevano allo stesso gruppo, mentre le altre 241, dopo una lenta agonia, sono fallite”. Secondo Ferriani bisogna cercare di capire se le norme che abbiamo funzionano “e se quelle che cerchiamo di fare entrare in vigore siano davvero risolutive”. Attualmente c’è una commissione che lavora al Codice della crisi, gli esperti del settore fanno la loro parte, ma “è importante che entri in vigore qualcosa di effettivamente serio”. Ma il Codice della Crisi “non va verso vera la soluzione del problema – prosegue Ferriani -. Con la legge fallimentare che ci portiamo fino ad agosto l’attenzione è sul fallito e conduce ad un grande disvalore. In Italia se sei fallito o se ti approcci a questa legge sei definito un bancarottiere e non puoi avere mutui, sei morto a tutti gli effetti. C’è poi un parallelismo folle e su ogni fallimento scatta poi il procedimento di bancarotta. C’è un automatismo punitivo da parte di chi gestisce queste procedure, che accolgono il fallito con un pregiudizio”.

Quel che interessa realmente “è scoprire dove sono stati messi i soldi”. Il Codice della crisi ha voluto scavalcare la parola fallito, “ma il cambiamento deve essere reale e non solo a parole. Dal mio punto di vista – dichiara – il Codice della crisi è un codice che non dà necessarie chance all’impresa di risanarsi e se non verrà modificato tornerà più indietro”. Un tempo per ottenere il concordato preventivo l’imprenditore doveva essere meritevole, poi serve fare un passo in avanti, dando più libertà all’impresa: l’imprenditore che rischia non può essere perseguitato per il rischio che corre, ma aiutato”.

Il nuovo Codice porta con sé nuovamente il ruolo del tribunale. “La fattibilità economica della procedura di risanamento – continua Ferriani – deve essere nella disponibilità degli stakeholder e non del giudice, che ha un’altra funzione. Se sono un creditore di un’azienda che va in crisi e il creditore è disponibile ad accettare lo stralcio, chi può decidere di dichiarare inammissibile una procedura?”, si chiede. Un altro esempio sul quale il manager riporta l’attenzione è quello delle misure di allerta, che indica la necessità di far emergere le crisi prima.  “Il problema – sostiene – è che l’’imprenditore si approccia con una norma punitiva, quindi scappa e reagisce al virus. Con l’allerta si deve stare attenti, perché mettere nelle mani dell’Agenzia delle Entrate, delle banche o soggetti nominati dalle Camere di Commercio che devono gestire e capire anticipatamente le crisi,  senza trigger specifici, c’è il rischio che se questi parametri venissero applicati i due terzi delle imprese italiane si troverebbero in situazioni di allerta e le imprese sarebbero destinate al fallimento”. Cosa bisogna fare? “Cercare di capire che il tema della crisi di impresa è per gli aziendalisti, ci vuole una mentalità aziendalista – conclude – e non per i giuristi, che hanno norme che non permettono passi finalizzati alla ripartenza. Chi si occupa di di crisi di impresa (advisor, ausiliari dei giudici) devono avere una mentalità da aziendalista e non prevalentemente da investigatore, poliziotto o da giurista”.

Laura Dominici

 

 

 

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