Il tocco italiano nel primo scavo archeologico sottomarino dell’Arabia Saudita

L’Arabia Saudita è una di quelle destinazioni che sta facendo parlare tantissimo di sé in questi ultimi mesi. Uno dei progetti più recenti – e che stanno coinvolgendo anche realtà italiane – è il Red Sea Project, sviluppato da un’apposita società (The Red Sea Development Company), che sta ponendo le base per la nuova meta di turismo “rigenerativo”.

Progetto rivoluzionario

Un progetto rivoluzionario, che darà vita a una nuova destinazione sostenibile, con un’idea ecologicamente all’avanguardia, che intende definire nuovi standard di sviluppo sostenibile e posizionare l’Arabia Saudita tra le grandi destinazioni turistiche mondiali. Il piano si svilupperà su oltre 28mila kmq di terre e acque intatte lungo la costa occidentale dell’Arabia Saudita e su un vasto arcipelago formato da più di 90 isole incontaminate. La destinazione comprende dune desertiche spazzate dal vento, canyon montani, vulcani dormienti e antichi siti di interesse storico e culturale. Includerà hotel, proprietà residenziali e attrazioni per lo shopping, l’intrattenimento e il tempo libero, oltre a infrastrutture di supporto attente alle energie rinnovabili e alla conservazione e riutilizzo delle risorse idriche. Un sistema di gestione circolare dei rifiuti permetterà di evitare lo smaltimento in discarica. I lavori per il Red Sea Project sono già in stato avanzato e si prevede di accogliere i primi ospiti entro la fine del 2022. La prima fase, che comprende in totale 16 hotel, sarà completata nel 2023.

Al completamento dell’intero progetto, previsto per il 2030, il Red Sea Project sarà composto da 50 resort con un’offerta complessiva di oltre 8.000 camere e più di mille proprietà residenziali distribuite su 22 isole e sei siti sulla terraferma. La destinazione includerà anche un aeroporto internazionale, porti turistici di lusso, campi da golf e strutture per l’intrattenimento e il tempo libero.

Primo scavo archeologico

Grazie a un Memorandum of Understanding firmato con il ministero della cultura locale, la società porterà ora avanti anche il primo scavo archeologico sottomarino dell’Arabia Saudita. La spedizione sarà capitanata da un team italiano dell’Università di Napoli L’Orientale, guidato dalla professoressa Chiara Zazzaro, con l’obiettivo di svelare il relitto in legno meglio conservato del Red Sea. Guida Viaggi ne ha parlato con la docente, che è director of Red Sea Shipwreck Excavation and Associate Professor of Maritime Archaeology at the University of Napoli L’Orientale, e con Michael Slage, direttore di Ventures presso la Red Sea Development Company.

Gv: C’è anche un po’ d’Italia in questo progetto, quale il compito dell’Università di Napoli L’Orientale?

“L’Università di Napoli L’Orientale sta lavorando in stretta collaborazione con la Saudi Heritage Commission per lo studio, la conservazione e la diffusione delle informazioni scientifiche relative al naufragio di Umm Lajj. Nello specifico, il team italiano comprende un archeologo marittimo e subacqueo (la sottoscritta), un archeologo specializzato nella penisola arabica (il prof. Romolo Loreto dell’Università di Napoli L’Orientale), e un archeologo specializzato in porcellane cinesi (la prof. Chiara Visconti dell’Università di Napoli L’Orientale). Abbiamo anche altri collaboratori per l’aspetto tecnico del lavoro sul campo e insieme forniremo le competenze necessarie per registrare il relitto e studiare il carico”.

Gv: Perché è stata scelta l’Università di Napoli L’Orientale? Quanto è importante la tradizione archeologica del nostro Paese in questa scelta? Avete già realizzato esperienze di questo tipo?

“L’Università di Napoli L’Orientale stava già collaborando con la Saudi Heritage Commission prima di questo progetto. Abbiamo un interesse a lungo termine e un team di specialisti nella regione araba e nell’Oceano Indiano, quindi l’idea di iniziare un progetto comune è stata considerata una naturale evoluzione delle precedenti collaborazioni”.

Gv: Cosa c’è di unico in questo progetto?

“È il primo naufragio ad essere indagato sistematicamente in Arabia Saudita, ed è uno dei resti più rari di antiche navi di legno che hanno navigato lungo il Mar Rosso. È splendidamente conservato, e testimonia di una tecnologia di costruzione di barche ancora molto poco studiata. Ci insegna anche gli scambi commerciali nel Mar Rosso prima dell’apertura del canale di Suez – un periodo storico ancora molto sconosciuto”.

Gv: Dottor Slage, quando inizierete i lavori e quanto durerà la collaborazione?

“La collaborazione sta già iniziando in termini di pianificazione e l’esecuzione dei lavori sul campo avrà luogo nel 2022”.

Gv: Gli scavi saranno accessibili ai turisti? Sarà possibile immergersi per vedere i reperti? Ci saranno anche attività educative?

“Il sito si trova all’interno della laguna di Al Wajh, che è il fulcro di una nuova destinazione in fase di sviluppo da parte della Red Sea Development Company (TRSDC). Si spera che in futuro quest’area fornirà un’eccellente posizione per le immersioni, con un monitoraggio adeguato in atto per garantire che i resti siano ben conservati. Attraverso una partnership con la Commissione dei Musei, TRSDC intende lanciare un programma per progettare e costruire il primo museo marittimo, che rappresenta la prima struttura per conservare e mostrare adeguatamente l’archeologia subacquea nel Regno. Questa struttura di livello mondiale permetterà di scavare e conservare anche i futuri relitti trovati dalle indagini di archeologia marina più ampie previste, diventando un’attrazione educativa per i futuri visitatori e per i sauditi che sono desiderosi di capire il loro emozionante passato e il ruolo centrale che il Regno ha giocato nello sviluppo della regione”.

Gv: Crede che il turismo e la conservazione del patrimonio archeologico possano coesistere?

“Il turismo e la conservazione del patrimonio archeologico possono coesistere, se si adotta un approccio veramente sostenibile fin dall’inizio. Il TRSDC è impegnato a stabilire nuovi standard in questo campo, con l’ambizione di fornire un impatto rigenerativo sull’ambiente e sulle vite di coloro che vivono nelle comunità che circondano la destinazione. Il patrimonio culturale e i punti di interesse storico sono i principali motori del turismo in tutto il mondo. Secondo un recente rapporto del Centre for Responsible Travel (CREST), i Millennials sono il 13% più propensi a viaggiare verso una destinazione con un significato culturale o storico. Collaborare con istituzioni locali chiave come le Commissioni del patrimonio e dei musei è un passo importante nella giusta direzione. Permetterà una stretta collaborazione da parte di tutte le parti interessate per garantire che il sito e i resti scoperti siano protetti per gli anni a venire e per le generazioni future”.

Laura Dominici

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