I conti dei tour operator al tempo della pandemia

Per la consultazione delle tabelle si faccia riferimento alla versione pdf online del settimanale

 

Dal lavoro di analisi sui bilanci dell’esercizio 2020 emerge una fotografia dello scenario economico-finanziario nell’anno della grave pandemia da Covid-19.

Impatto della crisi da Covid-19

La generale crescita della domanda di viaggi organizzati nel 2019 è stata bruscamente interrotta dalla fine del mese di febbraio 2020 a seguito dei primi provvedimenti restrittivi agli spostamenti per contenere la diffusione della pandemia, fatto che ha innescato una sostanziale paralisi del settore turistico senza precedenti dalla Seconda guerra mondiale. Senza tema di smentita si può archiviare l’anno 2020 come “Annus horribilis” per l’intero settore del turismo organizzato, il cui fatturato si è ridotto mediamente di circa il 69% rispetto al 2019. Il totale dei ricavi realizzato nel 2020 è pertanto drasticamente ridotto a 2,6 miliardi di euro rispetto agli oltre 8,3 miliardi del 2019. Se dal conto complessivo si toglie l’incidenza di Costa Crociere, il fatturato dei 45 tour operator dell’indagine, scende a meno di 1,3 miliardi di euro rispetto agli oltre 3,8 miliardi conseguito nel 2019.

Lo scoppio dell’emergenza epidemiologica da Covid-19 dalla fine del mese di febbraio 2020, che ha investito praticamente tutto il mondo, trasformandosi ben presto in una vera e propria pandemia, ha costretto le autorità governative a bloccare tutti i viaggi internazionali, con una breve pausa nel corso dei mesi estivi che ha fatto registrare una debole ripresa nella vendita di viaggi essenzialmente con destinazione Italia, Spagna e Grecia. Successivamente all’estate, l’evoluzione dell’emergenza epidemiologica ha reso necessaria la reintroduzione di diverse misure di contenimento della stessa, a partire dal Dpcm del 24 ottobre 2020, proseguite con i seguenti del 3 novembre 2020, del 3 dicembre 2020 e successivi. Anche tali misure hanno inciso negativamente sul concreto dispiegarsi delle attività imprenditoriali, il cui esercizio è stato fortemente limitato o inibito.

Lo scenario dello shock

Un primo semplice indicatore economico rende meglio lo scenario dello shock che il settore ha subito nel corso del 2020: al netto dei valori di Costa, l’Ebitda dei 45 tour operator esaminati dalla ricerca mostra un segno negativo pari a –53 milioni di euro, con una perdita del 142% rispetto ai 126 milioni di euro del 2019.

Anche quest’anno l’esame dei bilanci ha riguardato 46 tra i principali tour operator italiani, includendo anche Costa Crociere, che hanno prodotto nel 2020 ricavi complessivi, derivanti dall’attività di organizzazione di viaggi e crociere, per circa 2,6 miliardi di euro (erano 8,3 miliardi di euro nel 2019 e 7,46 miliardi di euro a valori riclassificati nel 2018). Il valore complessivo prodotto dagli operatori esaminati dalla ricerca, senza Costa Crociere, ammonta a circa 1,3 miliardi di euro (erano 3,8 miliardi di euro nel 2019 e 3,5 miliardi di euro nel 2018).

Come in passato, sono stati estratti gli ultimi bilanci depositati dagli operatori nel Registro delle Imprese tenuto presso le Camere di Commercio italiane e quindi restano esclusi dall’indagine i t.o. con sede all’estero, senza stabile organizzazione in Italia. Come per gli anni scorsi, infatti, mancano i bilanci di alcune società importanti che non hanno la sede legale ed amministrativa in Italia.

Le performance

Ci è sembrato utile riepilogare in una tabella le performance di ulteriori 5 t.o. che pur non avendo superato i 100 milioni avevano conseguito buoni incrementi di fatturato nel corso del 2019, mentre hanno perso mediamente il 70% nel 2020.

Soltanto gli operatori che gestiscono strutture turistico-ricettive, e in modo specifico nel segmento “leisure” in Italia, sono riusciti in qualche modo a contenere le perdite di poco sotto la media.

Il panorama

I tour operator realizzano pacchetti turistici (servizi turistici “tutto compreso”) e giri turistici (escursioni e visite guidate), organizzati in nome proprio e per conto del cliente/consumatore finale, di norma presentati su cataloghi illustrativi anche online, e che sono venduti al pubblico per mezzo del canale distributivo costituito dalle agenzie di viaggi intermediarie. Ci sono anche agenzie di viaggi organizzatrici, che commercializzano direttamente, attraverso i propri punti vendita, pacchetti turistici e giri turistici organizzati cosiddetti “tailor made” per le specifiche esigenze del cliente/consumatore finale. La crisi è stata pesante per tutte le imprese, ma in modo particolare per gli operatori di medie o grandi dimensioni, a causa dell’incidenza dei costi del personale ed in generale per la struttura dei costi fissi.

I numeri

Se si dividono le imprese analizzate in quattro gruppi per fasce di ricavi (vedi tabella 3), si possono osservare alcuni dati specifici interessanti.

Non ci dobbiamo far tranne in inganno dai valori positivi riscontrati nella fascia tra 15 e 30 milioni di euro, così come quelli meno negativi degli altri scaglioni in quanto nell’Ebitda sono compresi, tra gli altri ricavi, anche i contributi in conto esercizio assegnati entro la fine del 2020, fino alla prima soglia di 800.000 euro pari di massimale di cui alla sezione 3.1 della Comunicazione della Commissione europea recante un “Quadro temporaneo per le misure di aiuto di Stato a sostegno dell’economia nell’attuale emergenza del Covid-19”, cosiddetto “Temporary Framework”, dal ministero dei Beni e delle Attività culturali e per il Turismo ai sensi dell’art. 182, comma 1, del decreto-legge 19 maggio 2020, n. 34, convertito, con modificazioni, dalla legge 17 luglio 2020, n. 77, cosiddetto decreto “Rilancio”, per il ristoro delle perdite di fatturato subite a causa del Covid-19 dalle agenzie di viaggi e tour operator dal 23 febbraio al 31 luglio 2020 rispetto allo stesso periodo del 2019. Si sono altresì ridotti al 40% i costi per i canoni di locazione, di leasing o di concessione di immobili a uso non abitativo a favore delle agenzie di viaggio e tour operator, indipendentemente dai ricavi registrati nell’anno 2019 e che hanno subito una diminuzione del fatturato o dei corrispettivi di almeno il 50% in ciascuno dei mesi da marzo a dicembre 2020 rispetto allo stesso mese del 2019. Infatti, l’art. 28 del decreto-legge “Rilancio” aveva introdotto un credito d’imposta nella misura del 60% dei canoni mensili. In generale, però, al netto degli aiuti ricevuti, i decrementi delle vendite sono molto rilevanti, ed anche la redditività segna valori medi negativi per tutte le fasce di aziende. Su 46 operatori ben 34 hanno rilevato una perdita d’esercizio.

Ebitda = Valore

aggiunto meno costo del lavoro; l’Ebitda è in pratica il margine di contribuzione al costo del lavoro dei t.o.

E’ sempre stato significativo per il settore dell’organizzazione il dato del “valore aggiunto”, che rappresenta quanto i t.o. hanno realizzato dalla produzione dei viaggi. Il dato costituisce, da un lato, il valore apportato dal t.o. e quindi il risultato della capacità contrattuale nell’acquisizione dai vari fornitori dei servizi inclusi nel pacchetto, come il trasporto, l’alloggio e gli altri servizi turistici, e dall’altro, il margine di contribuzione per la copertura dei costi di gestione, in primis il costo del lavoro. A fronte di un valore aggiunto complessivo di circa 1,8 miliardi nel 2019, il 2020 ha chiuso con un -959 milioni di euro.

I dati sono però fortemente influenzati dai risultati negativi di Costa, mentre il valore aggiunto dei 45 tour operator fa registrare un importo di circa 133 milioni di euro, seppure molto lontano dal risultato del 2019 pari a 471 milioni di euro.

Il costo del lavoro

Il nostro è senza dubbio un settore cosiddetto “labour intensive”, anche nell’era dello sviluppo digitale, se si pensa che l’incidenza del costo del lavoro sul valore aggiunto era pari mediamente al 56% nel 2019.

Il settore allargato contava quindi 52.051 addetti misurati in full time equivalent nel 2019. Nella tabella seguente si vede come il 90,59% delle imprese del settore sia costituito da un numero molto limitato di addetti che va da 1 a un massimo di 4; mentre sono poche le imprese con più di 10 dipendenti (essenzialmente tour operator, network, Dmc e Tmc) che rappresentano nel complesso il 3,8% del totale.

Il costo del lavoro dei 45 tour operator è sceso da 260 milioni di euro nel 2019 a 175 milioni di euro nel 2020. Il decremento di circa il 33% è dovuto al ricorso agli ammortizzatori sociali in deroga concessi dal Governo per sostenere i livelli occupazionali a causa del Covid-19 dal mese di marzo fino a dicembre 2020, con qualche interruzione nel periodo estivo.

Nella tabella 4 sono inserite le medie della composizione dell’attivo, del passivo e del patrimonio netto rilevati dai bilanci dei tour operator con valore della produzione inferiore a 100 milioni di euro. Sono pertanto esclusi i big.

Si è infatti preferito non includere tali operatori che hanno composizioni molto eterogenee tra di loro, che sono invece esaminate nello specifico nella tabella 5 di seguito riportata. Sul fronte dei finanziamenti, l’incidenza del capitale proprio nel 2020, che viene evidenziata nei bilanci, è del 32,4% (era 26,2% nel 2019 e 25,1% nel 2018) del totale del passivo e patrimonio netto, decisamente in aumento rispetto ai valori degli ultimi cinque anni.

L’impulso a favore della patrimonializzazione delle società di capitali con ricavi superiori a 5 milioni di euro e fino a 50 milioni di euro nel 2019 è arrivato dall’introduzione sia di un credito d’imposta dato ai soci per i conferimenti in società e sia di un credito d’imposta per gli aumenti di capitale previsti rispettivamente dai commi 4 e 8, dell’art. 26, del decreto-legge “Rilancio”. E’ stato infatti riconosciuto ai soggetti investitori un credito d’imposta pari al 20% dei conferimenti in denaro effettuati, in una o più società, in esecuzione di un aumento del capitale sociale a pagamento deliberato dopo il 19 maggio 2020, con integrale versamento dello stesso entro il 31 dicembre 2020, per un investimento massimo su cui calcolare il credito d’imposta non superiore a 2 milioni di euro. C’è poi il secondo credito d’imposta spettante alla società conferitaria pari al 50% delle perdite eccedenti il 10% del patrimonio netto, al lordo delle perdite stesse, fino a concorrenza del 30% dell’aumento di capitale a pagamento deliberato dopo il 19 maggio 2020, con integrale versamento dello stesso entro il 30 giugno 2021.

Ci si deve aspettare una coda anche nel 2021, in quanto la percentuale diventa del 50% per gli aumenti di capitale deliberati ed eseguiti nel primo semestre del 2021. Purtroppo, però, anche il nuovo livello di patrimonio netto non riesce da solo a coprire le immobilizzazioni, anche se, come visto, dimostra una maggior propensione alla ricapitalizzazione delle imprese del turismo.

La redditività

Il dato negativo è rappresentato dal – 4,1% di media del reddito d’esercizio, che invece era giunto a +2,4% nel 2019 (con valori anche più alti nei due anni precedenti rispettivamente 3,3% e 2,7%). Viene annullato in un sol colpo il buon livello di redditività media cumulato negli anni precedenti da parte del settore che aveva ampiamente recuperato le perdite subite soprattutto nel biennio 2015-2016.

Mi sarei aspettato un deficit anche nella gestione di tesoreria che invece ha retto in quanto il rapporto tra attivo circolante e debiti a breve scadenza si è mantenuto in equilibrio. Ciò vuol dire che le imprese sono in grado di pagare i debiti verso i fornitori, principalmente quelli di servizi turistici, con i crediti da incassare e le disponibilità liquide presenti in azienda risultanti nei bilanci 2020, probabilmente perché ci si porta dietro un cash flow positivo dalla fine del 2019 / inizio 2020.

Se però si analizza la situazione debitoria a medio/lunga scadenza si nota un notevole aumento dell’esposizione, principalmente verso il sistema creditizio, mai così alto come negli ultimi anni. Infatti, l’incidenza dei debiti consolidati passa al 24,5% rispetto al 13,6% del 2019, che ci fa capire quanto il settore abbia dovuto ricorrere a fonti di finanziamento esterno per sopravvivere.

Nel complesso la posizione finanziaria media è stata sensibilmente condizionata dai risultati negativi d’esercizio, nonché dall’andamento del cash flow dell’anno ed in particolare dall’andamento del capitale circolante netto, fortemente penalizzato dal forte calo dell’operatività e conseguentemente del valore della produzione.

Ora questo debito ingente può assumere anche una valenza positiva se sarà ben investito nello sviluppo di nuove iniziative, soprattutto per la crescita di attività digitali. Bisogna però anche considerare che alcune imprese sono riuscite ad attivare il Fondo Patrimonio Pmi, finalizzato a sottoscrivere obbligazioni ed altri titoli finanziari emessi dalle predette società.

NB: Il patrimonio viene espresso utilizzando un prospetto definito “conto”, la cui colonna di sinistra (in questo caso l’attivo) è convenzionalmente definita “dare”, mentre la colonna di destra (in questo caso il passivo) è definita sempre per convenzione “avere”.

I termini appunto convenzionali “dare” e “avere”, quindi, sono stati inseriti rispettivamente a sinistra ed a destra dei diversi conti. Nel dare rileviamo le variazioni finanziarie attive, mentre nell’avere le variazioni finanziarie passive e del patrimonio netto. Il fatto che nella presentazione qui proposta l’attivo sia indicato sopra il passivo (e non a sinistra) deriva da semplici esigenze grafiche. Si noti anche che l’attivo e il passivo più patrimonio netto devono sempre essere uguali, in quanto nell’attivo sono indicati gli investimenti dell’impresa, vale a dire dove sono andati a finire i soldi a disposizione, mentre nel passivo sono indicati i finanziamenti, cioè la provenienza del denaro di cui l’azienda dispone, sia proprio sia di terzi. È chiaro che le due facce della stessa somma di denaro non possono essere diverse.

L’indice di liquidità

L’indice di liquidità dato dal rapporto tra attivo circolante e debiti a breve scadenza può essere ritenuto un buon indicatore della capacità dell’impresa di far fronte alle passività correnti con crediti commerciali e disponibilità liquide. Quindi un rapporto pari o vicino ad 1 è di solito ritenuto un buon risultato.

L’indice di indebitamento è dato dal rapporto tra il totale attivo e il patrimonio netto e quindi mostra quanti investimenti sia in capitale fisso sia corrente la proprietà dell’azienda è riuscita ad effettuare utilizzando il capitale proprio e per quanto invece ha dovuto ricorrere al capitale di terzi.

La media riflette perfettamente la situazione di sostanziale blocco dell’attività nel corso del 2020 e ricorso maggiormente a fonti di finanziamento esterne, se oltretutto si considera che il Roa (Return on asset), cioè la redditività misurata sull’attivo di bilancio ha fatto segnare un – 14,4% rispetto alla media invece positiva del 6.8% del 2019.

Dal bilancio consolidato del Gruppo Alpitour si rileva che la posizione finanziaria netta al 31 ottobre 2020 presenta un saldo negativo pari a 1.012,8 milioni di euro, contro un saldo negativo di 124 milioni di euro al 31 ottobre 2019, ciò dovuto non solo alla crisi, ma anche a seguito dell’applicazione del nuovo principio contabile Ifrs 16, che ha portato a iscrivere tra le passività finanziarie il debito pari al valore attuale dei canoni futuri di locazione e leasing operativo di 635,5 milioni di euro, importo che al 1° novembre 2019, secondo il metodo retrospettico applicato, risultava uguale, in sede di prima applicazione del principio, alle attività per diritti d’uso iscritte nell’attivo immobilizzato …

…e i numeri del

Patrimonio e Liquidità 2020 vs 2019!

Notevole l’incremento delle passività consolidate rispetto al 2019 e la contestuale diminuzione delle passività correnti. Le prime servono per garantire la liquidità per pagamenti correnti che potrebbe generare uno squilibrio finanziario; mentre le seconde sono il risultato del blocco delle attività.

­Il conto economico rappresentato in forma scalare mostra i risultati intermedi molto significativi che, oltre al reddito d’esercizio, aiutano a capire come è andata l’azienda nel corso dell’esercizio. Preme precisare che da tale prospetto abbiamo deciso di escludere l’incidenza dei valori del bilancio di Costa Crociere.

Particolare attenzione sull’Ebit (Earning before interest and tax), denominato anche margine operativo, che indica il rendimento dell’attività caratteristica dell’impresa. Come era intuibile, segna un valore decisamente negativo nonostante gli aiuti parziali ricevuti nel periodo 2020.

Ci vorranno come minino due anni per recuperare i risultati positivi dei tre anni precedenti.  A causa del blocco di attività dei tour operator sono mancati alle casse dell’Erario circa 20,8 milioni di euro di imposte dirette che salgono a 35,6 milioni di euro se si include anche Costa del periodo 2019.

Il Roe (Return on equity) è stato calcolato dividendo il reddito d’esercizio sul capitale proprio e indica il rendimento sui capitali investiti dalla proprietà nell’impresa. L’indice è peggiore di quanto accaduto nel 2012.

Il Roa (Return on asset) è dato dal rapporto fra il risultato operativo o Ebit e l’attivo di bilancio e indica la capacità produttiva dell’impresa, che non c’è stata per buona parte del 2020 e risente quindi di un ebit negativo.

Il Ros (Return on sale) è stato calcolato come rapporto tra Ebit e valore della produzione. E’ il dato che fa capire in modo più immediato il fermo delle vendite per quasi tutto il 2020.

La pandemia da Covid-19 ha fatto toccare al settore del turismo organizzato il minimo storico registrato nella serie degli ultimi dodici anni, cioè rispetto al picco del 2008 (prima della crisi economica che aveva avuto avvio proprio in quell’anno). Per tale motivo a differenza dello scorso anno non ho inserito altre tabelle per valutare più dello specifico le performance dei vari operatori.

Significativo è il commento dell’Istat: “Shock della domanda turistica nel 2020”, con i viaggi con pernottamento quasi dimezzati rispetto al 2019 (- 47,3%) e scesi a 37,5 milioni; i viaggi all’estero crollati dell’80%; mentre le località italiane colpite in misura minore (- 37,1%) e meta del 90,9% dei viaggi.

L’accelerazione del web

Tuttavia, anche a causa della crisi pandemica, si nota una accelerazione nell’utilizzo di internet, che influenza il modo di organizzare il viaggio, che si conferma principalmente via web con quote crescenti rispetto allo scorso anno: il 65,9% delle prenotazioni è online, contro il 58,4% del 2019.

Ancora più drastica è la contrazione delle prenotazioni effettuate tramite intermediari (agenzie di viaggi e tour operator) che in termini di quote si attesta al 26,2% (era 54,2% nel 2019). Le agenzie di viaggi ed i tour operator con i loro siti web o app intercettano soltanto il 12,3% delle prenotazioni online, ed ancor di più nel 2020 cala drasticamente il loro utilizzo per le prenotazioni senza uso del web (14,9% da 33,8% nel 2019).

Il messaggio è chiaro per la ripartenza del settore: servono investimenti e sviluppo in attività digitali.

Pierluigi Fiorentino

 

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