Direttore tecnico: nuova normativa e armonizzazione al 90%

Direttore tecnico: c’è la nuova normativa. Si torna a parlare di questo tema alla luce del lavoro svolto nell’ultimo anno e mezzo, puntando all’obiettivo della armonizzazione delle regole. I risultati ottenuti? Al 90%.

Obiettivo: l’elenco nazionale

La situazione ideale cui tendere è avere un elenco nazionale e non regionale e con regole uguali applicate in tutte le regioni quanto più possibile, con un riconoscimento univoco a livello nazionale. Al momento la situazione non è questa, però è stato fatto un lavoro di allineamento e di sintesi per la definizione delle linee guida per l’abilitazione del direttore tecnico di agenzia di viaggi. Linee guida che sono ancora imperfette, in quanto esistono ancora delle differenze tra regioni e regioni, ma il percorso è iniziato e si è trovato un punto di incontro. Il che è un risultato importante, visto che si è partiti da situazioni differenti, con una concertazione fatta tra 21 soggetti seduti al medesimo tavolo.

A fare il punto è Fto per illustrare quanto definito, quali sono le principali novità, ma anche per tracciare un “quadro della situazione su cosa è cambiato nell’ultimo anno e mezzo, perché e quali sono i percorsi abilitativi da seguire grazie anche a un lavoro di coordinamento importante che c’è stato tra le regioni, che tende ad armonizzare ciò che si deve fare in modo uniforme – sottolinea il direttore nazionale Gabriele Milani -. Non si è ancora al 100% con le stesse procedure, ma il percorso abilitativo ha raggiunto un ottimo livello di armonizzazione. Bisogna capire regione per regione a che punto si è con eventuali recepimenti normativi o a chi devono essere presentate le domande”. L’obiettvio di Fto è far sì che le adv prendano atto del quadro di riferimento normativo relativamente alla figura del direttore tecnico. L’invito lanciato da Milani è “di non fermarsi, ora che si è raggiunto un dialogo tra le regioni”. Due gli interlocutori con cui viene fatta chiarezza, Elena Magni, dirigente settore professioni, progetti e imprese turistiche Regione Liguria e Salvatore Patrizio Giannone, dirigente sezione turismo e internazionalizzazione Regione Puglia.

Un po’ di normativa

Si parte da alcune precisazioni. In primis il fatto che la professione di direttore tecnico di agenzia di viaggi e turismo “è contemplata dall’art.20 c.d. Codice del turismo, decreto legislativo 79 del 2011 che prevedeva, con successivo Dpcm, i requisiti professionali a livello nazionale dei direttori tecnici previa intesa con la Conferenza permanente – spiega Magni – (strumento amministrativo e normativo per collaborare tra Stato centrale e regioni), per i rapporti tra Stato, regioni, province autonome di Trento e Bolzano. Come si sa sul piano costituzionale la competenza in materia di turismo è delle regioni, ma la materia professioni rientra nella competenza dello Stato”.

Dal 2011 si è creato “un vuoto normativo in quanto governo e parlamento non hanno legiferato in materia. Negli anni si sono verificate situazioni differenti da regione a regione, alcune hanno proceduto, come nel caso della Liguria, con una legge che ha normato la questione, altre hanno proceduto in via amministrativa, altre seguendo altre strade con difficoltà di riconoscimento tra le professionalità acquisite in diverse regioni e dei titoli acquisiti”.

Il decreto ministeriale per superare le differenze

L’approvazione del decreto ministeriale n.1432 del 2021 del 5 agosto è stata finalizzata “a superare le differenze e uniformare i requisiti a livello nazionale. Il governo ha presentato uno scheletro un po’ misero – riconosce Magni -, che ha richiesto l’intervento delle regioni in merito ai contenuti del decreto il cui obiettivo era di determinare la possibilità di accedere alla professione di direttore tecnico di agenzia o per titoli, o per esami o sulla base del riconoscimento di qualifiche professionali già acquisite”. L’obiettivo era determinare “i requisiti soggettivi, formativi e linguistici di base e disciplinare l’abilitazione o per titoli o per esami al seguito di un percorso di formazione”.

Il gruppo di lavoro con le regioni

Giannone ha coordinato un gruppo di lavoro con le regioni per dare un supporto al ministero per redigere il decreto dello scorso anno e le linee guida sancite dall’intesa. Il testo del decreto ministeriale è stato scritto dalle regioni ed approvato dalla Conferenza Stato-regioni come accordo e dal ministro come decreto. Giannone riconosce che il testo “contiene in sé delle incongruenze o degli elementi che devono essere posti in attuazione da parte delle regioni attraverso degli atti amministrativi che poi ogni regione farà”. Il che vuol dire che potranno emergere delle differenze di comportamento tra alcune regioni. “Alcune sono già state estrinsecate, alcune hanno adottato delle norme di dettaglio in materia di riconoscimento della abilitazione sulla base della esperienza professionale acquisita (Sicilia, Campania e Lombardia)”.

Le criticità

La lunga parentesi di vuoto normativo dal 2011 in poi, ha portato le regioni “ad adottare delle legislazioni specifiche sia in materia di adv sia di direttore tecnico”. Ovviamente non sono mancate le criticità, portando alcune regioni “a non riconoscere direttori tecnici abilitati da altre regioni. In tale scenario era necessario stabilire regole valide per tutti che consentissero di poter esercitare la professione in tutte e 21 le regioni italiane – fa presente Giannone -. Il testo del dm può non essere un grande esempio di chiarezza a livello amministrativo, essendo frutto di un compromesso fatto per poter giungere ad un testo che fosse condiviso da tutti. Restano quindi degli ambiti in cui le regioni devono provvedere a definire alcuni requisiti, soprattutto per quanto riguarda l’abilitazione professionale”.

Cosa possono fare le regioni? Dal 5 agosto 2021 possono rilasciare l’abilitazione sia per quelle rilasciate sulla base dei titoli sia per quelle rilasciate sulla base delle esperienze professionali. Rispetto ai titoli il decreto individua tutte le ipotesi, “cioè i requisiti soggettivi, che vanno accertati da parte delle regioni, i requisiti formativi (diploma di scuola media superiore e alcune materie indicate). Poi vi sono i requisiti linguistici, cioè il possesso di due certificazioni linguistiche, di cui una obbligatoria per l’inglese”.

I tre percorsi abilitativi

L’abilitazione può avvenire secondo tre percorsi. Il primo è per titoli, “cioè si fa istanza alla regione, preferibilmente in quella in cui si risiede o dove ci si è stabiliti. Viene rilasciata senza sostenere l’esame di abilitazione, come avveniva un tempo in quasi tutte le regioni”.

Il secondo percorso è quello della abilitazione per esami, “vi sono due possibilità alternative – spiega Giannone -, la prima è passare attraverso un corso di formazione professionale, la seconda è l’esame diretto, nel senso che le regioni potrebbero anche decidere di bandire direttamente loro l’esame di ammissione. Il requisito per poter accedere non è quello di avere sostenuto il corso, ma vi si può accedere direttamente, ma sempre in presenza dei suddetti requisiti”.

Il terzo percorso da un punto di vista abilitativo riguarda l’esperienza professionale acquisita. In tal caso entra in gioco una norma. Più precisamente si tratta dell’art. 29 decreto legislativo n.206 del 2007. E questo è uno dei punti più dibattuti nei tavoli di coordinamento. I tavoli sono due, uno è quello del turismo con il coordinamento delle regioni e l’altro è quello che riguarda la formazione professionale.

L’art. 29 e il suo “adattamento”

La difficoltà affrontata è stata quella di dover applicare una norma, pensata per altro, e doverla calare nella realtà delle regioni e in un percorso di abilitazione. “Quella norma – spiega Giannone – è nata nell’ambito del decreto legislativo 206 che si occupa della mobilità tra Stati della Ue, consente a chi ha acquisito una esperienza professionale in uno Stato membro, di poter svolgere quella attività nel caso decidesse di trasferirsi in Italia, attraverso un percorso di riconoscimento delle qualifiche professionali conseguite in quello Stato membro”. Cosa vuol dire? Giannone lo spiega subito: “Se si è svolta in un Paese della Ue una attività riconducibile a quella della adv, del t.o. o del direttore tecnico e si decidesse di trasferirsi in Italia, a certe condizioni si può vedere riconosciuta quella esperienza professionale, il che vale per tutta una serie di attività professionali e di lavoratori autonomi nel campo dei servizi”.

Giannone fa presente che, “nella pratica le regioni abilitavano già, senza che vi fosse una norma specifica, ma in base alla esperienza professionale acquisita. L’elemento di novità è che la norma è stata introdotta anche per supportare queste attività, dando una copertura normativa nazionale che consentisse alle regioni di poter riconoscere l’esperienza professionale acquisita anche nella formula Italia su Italia”. Perché se non fosse stato così, sarebbe stato possibile “abilitare cittadini italiani che hanno svolto attività all’estero o cittadini esteri nella mia regione, ma non avrei potuto abilitare sulla base della esperienza professionale cittadini italiani, che hanno acquisito i requisiti in Italia, cioè Italia su Italia, perché ciò possa avvenire è necessario che ogni regione si doti di una propria disciplina normativa”.

La norma richiamata dal decreto ministeriale e dalle linee guida “va calata nella realtà, perché l’art.29 ha un ambito di competenze più ampio e parla genericamente di lavoratore autonomo, o di formazione o di lavoratore subordinato, ma si riferisce a tutta una serie di attività che sono di natura legata ad altri campi. Va quindi tradotta nella realtà turistica dove la figura del lavoratore autonomo coincide con quella del titolare della impresa (adv). Si deve capire all’interno di una formazione societaria quale è riconducibile alla figura del titolare”. Per far comprendere la questione Giannone fa un esempio: “Se una adv fosse costituita in forma di società per azioni e ci sono 1500 soci, non posso dire che tutti sono titolari, in quel caso dovrei dire che lo è o l’amministratore della società o chi ha dei ruoli riconducibili a quello”.

La formazione

La suddetta norma fa riferimento anche alla formazione, “ma in Italia la formazione specifica con target direttore tecnico di adv di una durata biennale e triennale in realtà non c’è e non c’è mai stata, pertanto come regioni serve che si vada a definire qual è questo titolo o certificato di formazione. Un altro elemento è il riferimento al lavoratore subordinato – afferma Giannone -, che in ambito turistico si intende un dipendente della azienda, ma su tale aspetto si possono aprire tanti ragionamenti, si può essere dipendente di una adv, ma occuparsi dell’archivio, quindi l’attività prestata alla dipendenza della adv va inquadrata nel contratto collettivo nazionale”. Il messagio lanciato è chiaro: “Occorre che le regioni diano un minimo di ordine e razionalità a questa norma generica che è l’art. 29 per calarla nella realtà turistica”.

L’intesa a cui si è lavorato con le commissioni turismo e la commissione formazione ha dato “uniformità nazionale al corso di formazione a cui gli aspiranti possono accedere – spiega Magni -, ma se non sono in possesso dei titoli o della esperienza professionale”. Magni fa presente che la formazione “è una competenza regionale e ogni regione ha un suo sistema di formazione professionale. Ogni regione ha un suo ordinamento, sono tutti sostanzialmente simili. La durata minima del corso è di 600 ore, quasi tutte le regioni tenderanno ad uniformarsi a tali tempi”. I corsi saranno gestiti da centri professionali accreditati e dovranno contenere alcuni elementi uniformi sul territorio. “Dovranno contenere tre moduli per la teoria (per un totale di 180 ore e uno stage presso adv e t.o. e strutture pertinenti di 180 ore). Al termine del percorso formativo ci sarà un esame da sostenere al quale conseguirà la qualificazione di direttore tecnico di adv attraverso il conseguimento del titolo nel centro di formazione. Ogni struttura regionale competente dovrà procedere attraverso l’istruttoria dei documenti e abilitare con un decreto e iscrivere il soggetto nell’elenco regionale”.

Le domande delle adv

Le vecchie abilitazioni restano valide sempre? E’ una delle domande poste dalle adv sul tema. “Restano valide nei limiti precedenti”, dice Giannone, che spiega la situazione. Sostanzialmente prima alcune regioni “si opponevano al fatto che venissero considerate valide tou cour le abilitazioni già rilasciate, perché in alcuni casi poteva diventare una specie di ‘sanatoria’. Non c’è dubbio che le abilitazioni che andremo a rilasciare da questo momento in poi avranno una validità indiscutibilmente su tutto il territorio nazionale e che nessuno potrà più mettere in dubbio”. I casi particolari del passato andranno esaminati, ma si sa già quali regioni “non accettavano le abilitazioni rilasciate da quali altre regioni”.

Il punto importante è che le nuove abilitazioni valgono a livello nazionale, quelle rilasciate nel passato valgono entro i limiti che la normativa consentiva nel passato. Milani fa l’esempio concreto del caso della Lombardia, affermando che, “per chi ha l’abilitazione in questa regione ci sarà una distinzione tra vecchi e nuovi titoli. Con i vecchi si potrà operare a livello regionale con una esclusiva sulla singola adv. Nella delibera con cui hanno recepito l’intesa tra regioni hanno modificato anche il perimetro di esclusività per operare o meno sulla singola adv. Con il nuovo titolo in Lombardia si potrà operare in più adv”. Pertanto è importante verificare nella regione di appartenenza quali sono le regole del gioco. Chi ha un vecchio titolo può continuare ad operare senza dover ripresentare la nuova domanda.

A chi va presentata la domanda? In Lombardia va presentata alle singole province, ma questa regola non vale in tutte le regioni. Magni precisa, infatti, che con la riforma e soppressione delle province del 2015 “alcune regioni hanno assorbito le competenze di province e città metropolitane relative al turismo (la Liguria) mentre altre no (la Lombardia)”. In ogni caso le regioni devono aver specificato nel loro sito, alla voce adv e direttore tecnico, a chi rivolgersi e quali documenti presentare. La legge 241 impone alla pubblica amministrazione di indicare il responsabile del procedimento.

Quanto alla completezza dei documenti presentati sarà la singola regione a valutarne la validità e se la documentazione è sufficiente oppure ci si può rivolgere al referente regionale. “Al momento non c’è ancora una uniformità al 100% tra regione e regione”, fa presente Milani, ma ci sarà un tentativo di armonizzazione in tal senso come avvenuto per la formazione. Un altro punto su cui esistono differenze è “sul livello di contratto nazionale del lavoro che viene richiamato, non è sempre identico tra regione e regione, in un caso è il quarto e in altri è il quinto – fa presente Milani -, ci sono piccole differenze tra regioni. Per adesso l’obiettivo è capire i percorsi che si possono seguire”.

Un dato di fatto importante è che “non esiste un direttore tecnico di serie A e uno di serie B – precisa Milani -. Per esempio in Lombardia tutti i direttori che avessero un vecchio titolo che aveva magari delle limitazioni rispetto al nuovo titolo nella regione Lombardia possono ripresentare la domanda per essere abilitati a direttore tecnico con la nuova normativa. In pratica c’è una sorta di upgrade a direttore tecnico nella singola regione, ma questo vale per la Lombardia”, specifica Milani, che invita a rivolgersi agli uffici competenti della singola regione o ai referenti regionali. Il messaggio lanciato è che “si è sistemato il 90%”, dice Giannone, ma la direzione è avere regole uniformi.

Stefania Vicini

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