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Il mix di servizi il nuovo orizzonte dell’hospitality

Ospitalità di lusso, nuove idee di rigenerazione urbana, legame tra impresa e territorio. Potrebbero essere questi i “nuovi orizzonti” del travel e dell’ospitalità. Le nuove frontiere su cui investire e ragionare, partendo magari da alcuni aspetti che sono ancora un po deficitari. C’è, infatti, chi pensa che in Italia manchi un “mix di offerta”. Ne è convinto Paolo Barletta, ceo Gruppo Arsenale, società italiana attiva nel mondo dell’ospitalità di lusso nata nel 2020, punta alla valorizzazione del settore turistico italiano attraverso due divisioni, hospitality hotel e resort, sviluppa e gestisce strutture alberghiere in sinergia con brand mondiali del lusso, come Soho House e Accor. Ha in pipeline diverse operazioni strategiche tra Roma, Cortina, Toscana e Sud Italia.

Manca il mix di servizi

Nel nostro Paese oggi “c’è molta offerta, anche nelle città principali, di ospitalità tradizionale (3, 4, 5 stelle) – osserva Barletta -, inoltre, il lusso sta aumentando molto, in particolare a Roma. Quello che manca è un mix di altri servizi perché l’hospitality non sono solo gli alberghi, sono importanti, ma ciò su cui ci si dove concentrare è offrire la possibilità alle persone di venire in Italia non solo per le vacanze, ma anche perché punto di attrazione sul modello di Londra e Parigi, dove si va anche per un weekend o perché aprono ristoranti nuovi che vogliamo provare”. Secondo Barletta questo aspetto in Italia manca ancora. “Le città stanno crescendo – riconosce -, Milano più che Roma ha un’offerta più variegata, però mancano punti che sono attrattori e che completano l’offerta turistica. Mancano le Dmc, ce ne sono pochissime, a Roma mancano i club”, dice.

Il modello Soho House

A detta del manager concetti come Soho House possono essere la soluzione per completare l’offerta del nostro Paese. E’ un modello che il manager ha portato a Roma, a San Lorenzo, la zona degli artisti, dove aveva un progetto di sviluppo immobiliare. Ha voluto puntare su questo nuovo concetto, perché era fortemente convinto che il debutto di Soho House in Italia non potesse avvenire se non a Roma, incarnando i valori legati al suo dna, tra eventi, cinema e sport. Oggi Roma non è solo “la prima Soho House aperta in Italia, ma è anche la terza più grande al mondo dopo quella di Chicago e di Londra. Una house dove ci sono una serie di concept, camere, appartamenti, palestra, cinema, ristoranti, co-working”.

A suo dire l’Italia è un Paese dove Soho House potrebbe avere “un’espansione maggiore. L’apertura a Milano è stata annunciata e si spera che arrivi nel 2026, ma ci sono tante altre destinazioni dove si possono realizzare delle Soho House. A Londra sorgono anche in campagna e noi abbiamo la Toscana, il Sud”. Barletta spiega anche che Soho House a Roma è “un modello diverso, non è in competizione con altri modelli, non è un albergo, è una sorta di club, che si basa su un concetto di membership”. Un modello che interessa. Lo dimostrano i numeri, “quest’anno dovrebbe fatturare più di 11 milioni, che dovrebbero diventare circa 26 milioni nei prossimi due anni”.

Arsenale ha segmentato il traffico che c’è oggi su Soho House nella Capitale. Ciò che è emerso è che “in tanti da Londra e da altre mete sono venuti più di tre volte a fare un week end o a trascorrere una settimana”. A suo dire si tratta di “un pubblico che a Roma, senza Soho House, non sarebbe venuto, perché non aveva la scusa di venire. Secondo me questo succederà anche quando apriranno catene nuove, alberghi e soprattutto quando apriranno ristoranti e ci saranno mostre in collegamento con Dmc, feste, eventi dove riusciremo a portare le persone a Roma anche per uno, due o tre giorni, più volte durante l’anno, anche in tutta Italia. Quando lo avremo realizzato, avremo un mercato consolidato e costante che ci permette di fare investimenti a 360° su tutta un’altra filiera, non solo sugli alberghi, ma su Dmc, macchine, servizi di ospitalità accessori perché sarà un mercato consolidato, non a picchi”.

La rigenerazione urbana 

Un altro modello di hospitality e di investimento è quello offerto da Palazzo dell’Agricoltore, esempio di rigenerazione urbana. Si trova nel centro storico di Parma, è un esempio di architettura razionalista, originariamente costruito come consorzio agrario nel 1939. Tra le sue caratteristiche la terrazza panoramica sulla città, un soffitto in vetro a doppia altezza e un rifugio antiaereo sotterraneo della seconda guerra mondiale. Fa parte di un progetto globale di riscoperta avviato nel 2019 dalla famiglia Chiesi e dalla famiglia Bollati. E’ infatti il progetto di queste due realtà imprenditoriali di Parma, che non operano nel settore dell’hospitality, ma in quello farmaceutico e della cosmesi. Il Palazzo dell’Agricoltore vuole essere un cambio di paradigma. Un centro di rigenerazione all’avanguardia per i suoi ospiti, la comunità locale, il territorio urbano circostante e l’ambiente, progettato per diventare molto più di un luogo di ospitalità.

“E’ un palazzo di sette piani – lo descrive Davide Manzoni di Palazzo dell’Agricoltore –, l’obiettivo è ripristinare una realtà e farla vivere. Disporrà di 61-62 camere, sarà un posto dove si potrà lavorare, dormire, mangiare, prendersi cura di sé. Il progetto nasce nel 2020. Il Palazzo è stato acquistato nel 2023 e in autunno partiranno i lavori. L’obiettivo è quello di essere pronti nel 2025. Il design è stato affidato all’architetto giapponese Kengo Kuma e questo è il suo primo lavoro in Italia. Sarà interessante vedere come declinerà gli spazi, tra il roof garden, il ristorante all’interno della serra. Ci sarà, infatti, molto verde. Sarà presente la Spa. Avrà diverse anime al suo interno e l’intento è fare in modo che la città torni a rigenerarsi per essere sostenibile”.

Palazzo dell’Agricoltore sarà un hotel B-Corp. L’obiettivo è creare un luogo in cui salute, piacere, consapevolezza e sostenibilità possano incontrarsi ed essere preservati per rafforzare il legame degli uomini con la natura, originariamente esplorato attraverso l’agricoltura. Da qui la volontà di mantenere il patrimonio agricolo dell’edificio all’interno del contesto urbano. I servizi dell’hotel trovano ispirazione nella natura stessa, offrendo un’esperienza di benessere olistico nel cuore della città per un moderno approccio di salute e benessere, dalla Spa alle camere, al food & beverage e all’area retail. Sarà un catalizzatore di cambiamento per la città, innescando un movimento di rigenerazione urbana, promuovendo le eccellenze del territorio. Al suo interno ci saranno non solo camere d’albergo, ma anche una “formula long stay” (aparthotel) per la comunità imprenditoriale e culturale, soluzioni di coworking, smartworking, proworking e un’area commerciale.

Il modello open air

Un altro modello di ospitalità è quello offerto da Human Company, gruppo fiorentino nato negli anni ’80 dallo spirito imprenditoriale dei Cardini Vannucchi, famiglia toscana originariamente attiva nel settore tessile a Prato, ora attiva nel turismo open air, nei settori ricettivo e ristorativo. Essendo campeggiatori per passione intuiscono il potenziale di questo settore e decidono di debuttare nel mondo del travel nel 1982 con l’acquisizione del primo campeggio Il Girasole a Figline Valdarno. La struttura viene completamente trasformata e diventa un moderno villaggio in oltre 31 ettari di verde con case mobili.

Nasce così una formula che sarà poi replicata in ognuno dei villaggi del gruppo, frutto di una attività di acquisizioni e investimenti che lo hanno portato ai numeri attuali. Dieci strutture outdoor tra village e camping in town in Toscana, Veneto e Lazio e uno in Lussemburgo, a cui si affiancano i Plus Hostels & Hotel, a Firenze e Praga e l’hotel di charme Villa La Palagina sulle colline del Chianti. Negli anni ha diversificato il proprio business, affiancando al ricettivo il settore della ristorazione.

“Una crescita sostenuta da tre pilastri – spiega il direttore generale, Domenico Montano -: digitale, sostenibilità, persone. Il gruppo ha importanti progetti di sviluppo a Porto Tolle, in provincia di Rovigo, una zona con biodiversità e cibo buono, con un progetto di riqualificazione della centrale termoelettrica dell’Enel per fare un villaggio incentrato sull’economia circolare”. I nuovi orizzonti? Passano attraverso la “riqualificazione delle aree periferiche, che altrimenti muoiono, del territorio e nel dare un’occupazione diversa alle persone”.

Stefania Vicini

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