Sono 9,6 milioni i turisti enogastronomici italiani nel 2023. Un dato in continua crescita. Più precisamente crescono i viaggiatori italiani che hanno compiuto almeno un viaggio con principale motivazione legata all’enogastronomia. A rivelarlo è la sesta edizione del “Rapporto Sul Turismo Enogastronomico Italiano”, curata da Roberta Garibaldi, presidente Associazione Italiana Turismo Enogastronomico. Il dato segna un +37% dal 2016, anno dal quale è partita la mappatura. Il 51% sono uomini, il 49% donne.

In realtà il tema dell’enogastronomia piace a tutti ed “abbraccia l’interezza dei turisti, è diventata un perno del viaggio”, sottolinea Garibaldi. Non solo, interessa “tutte le fasce di età”. C’è una forte propensione per i viaggi domestici, infatti “i turisti enogastronomici italiani continuano a voler fare i viaggi enogastronomici in Italia, anche se c’è un +4% di chi ha fatto un viaggio sia in Italia sia all’estero”. Il che è indice che stiamo parlando di un “turista più maturo, in quanto sceglie di fare viaggi anche in altri Paesi”.

Italiani sì, ma non solo: “Cinque milioni e mezzo di europei hanno dichiarato di voler fare un viaggio con motivazione primaria enogastronomia”. Tra le tendenze emerse quella di “un forte abbinamento con la parte mare e montagna. Il 36% degli italiani abbina la possibilità di fare esperienze enogastronomiche o sulla costa o nelle aree interne rispetto a dove è al mare – sottolinea Garibaldi -. Inoltre, per la montagna può essere una leva interessante per valorizzarla quando la neve scarseggia”.

In Italia, ma dove?

Sicilia, Emilia Romagna e Campania, le tre migliori mete per gli italiani. Sul fronte delle città “Napoli, Bologna e Roma”, mentre per quanto riguarda l’estero i Paesi sono “Spagna, Francia e Grecia, come città Parigi, Barcellona e Madrid”. Sul fronte dei trasporti, c’è “una crescita dei mezzi visti come meno impattanti anche sull’ambiente, cioè treno e bus”. Si assiste a “un assestamento della bici, mezzo il cui uso era raddoppiato due anni fa, ora registra un calo del 6%, ma resta un tema di grande interesse”, dice Garibaldi. Le esperienze più gradite? Quelle culinarie nei ristoranti sono al primo posto, seguite dalle visite ai luoghi di produzione, da eventi enogastronomici, esperienze enogastronomiche attive, tour e itinerari tematici. Parlando di experience la graduatoria vede “al primo posto mangiare i piatti tipici in un ristorante locale, al secondo i mercati e al terzo i ristoranti o bar storici. Al quarto le botteghe artigiane del gusto”.

L’identikit

Il turista enogastronomico si definisce “innovativo, vuole esperienze, cerca l’autenticità. La sfida è bilanciare tutto questo”, asserisce Garibaldi, c’è pertanto “bisogno di creare innovazione”. È un turista che “ama sperimentarsi attraverso attività nuove, differenti e a contatto con la natura. Un italiano su due vorrebbe partecipare ad un corso di foraging per imparare a raccogliere piante e frutti selvatici da mangiare nelle cantine, nei birrifici o nei frantoi. Il 41% vuole partecipare ad un corso di sopravvivenza in cantina, il 42% nei birrifici, il 44% nei frantoi. Il 48% desidera fare esperienze ludiche in cantina, il 42% nei birrifici, il 44% nei frantoi”, rivela il rapporto. È un turista curioso, vuole conoscere la cultura enogastronomica del territorio dove vive l’esperienza.

È bleisure “e l’ambito rurale diventa il luogo dove fare smart working”. Per soddisfare tali esigenze si deve “stimolare la diversificazione dell’offerta per destagionalizzare e sviluppare format innovativi, aiutare le imprese nel processo di promo-commercializzazione, ma anche preservare il paesaggio e lavorare sul tema degli itinerari”. È necessario definire le figure professionali. Gli hospitality manager che lavorano nelle aziende produttive sono la soluzione? Anche questo è un tema su cui riflettere, ma servono “corsi per formare le figure e si deve pensare ad un quadro normativo”.

Stefania Vicini

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