L’India e il turismo: ecco cosa è cambiato

C’è un India di ieri, e poi c’è l’India di oggi.

Un Paese travolto dalla crescita, affamato di cambiamenti e di nuovi traguardi, che nel turismo ha sempre avuto molto da offrire in termini di tradizione e spiritualità, oltre che di avventura e benessere.

Abbiamo cercato di comprendere se sia cambiato in qualche modo l’appeal di questa destinazione sul viaggiatore italiano, e per farlo, abbiamo intervistato Enrico Ducrot, ceo di Viaggi dell’Elefante, esperto conoscitore dell’India e delle sue molteplici sfaccettature.

 E’ un’impressione che, rispetto al passato, oggi si senta parlare meno dei viaggi degli italiani in India?

 Non affermerei che sull’India c’è una flessione della domanda, piuttosto mi soffermerei su alcuni messaggi ambivalenti che ritengo siano utili ad interpretare lo scenario un po’ contraddittorio che riguarda questa destinazione.

La contraddizione è riassunta tendenzialmente in due fattori, uno che riguarda la chiusura della sede milanese dell’ente del turismo indiano, un fatto certamente negativo visto che svolgeva un lavoro importante per la distribuzione soprattutto in termini di formazione, l’altro fattore, a vantaggio invece dell’industry, sono i due voli dall’Italia su New Delhi, quello di Air India da Milano e quello di Ita Airways da Roma, una condizione senza dubbio positiva che conferma invece quanto i legami con l’India siano oggi ancora forti e quanto ancora sia alto l’interesse ad attrarre i visitatori italiani.

Quali sono le tendenze che stanno trasformando il volto dell’industria turistica indiana?

Quando si parla di turismo in India, occorre analizzare attentamente le dinamiche di un mercato interno in grande fermento. Oggi l’India non è più il Paese della grandissima povertà o della mancanza di igiene, ovviamente i problemi non sono totalmente risolti ma c’è un boom economico incredibile che la renderà la grande potenza del futuro, con un ruolo strategico importantissimo. Noi non ce ne rendiamo bene conto ma la crescita interna è pazzesca e l’offerta turistica oggi è assai ben coperta dal mercato interno, non solo quello delle elite ma anche quello di una classe media ormai emancipata, che ha iniziato a viaggiare tanto ed aspira a conoscere il proprio Paese.

E’ per questa ragione che gli enti del turismo dei numerosi Stati indiani stanno effettivamente dando da qualche tempo un messaggio abbastanza ambivalente:  “…..si, desideriamo ed abbiamo bisogno del mercato internazionale, ma non ci serve più per la sopravvivenza”, sembra vogliano comunicare.

Il boom del mercato interno sta pesando sull’offerta?

Gli alberghi di alta gamma, i palazzi dei Maharaja ad esempio, hanno raggiunto dei prezzi estremamente alti, è vero, ma la cosa che più stupisce è che il mercato interno è disposto addirittura a pagare di più degli ospiti internazionali. Pensate che alcune strutture solo per dare l’impressione che la propria clientela sia variegata, applicano agli stranieri tariffe più basse rispetto a quelle riservate agli indiani.

Esperienze autentiche, sempre di più quelli che le cercano in viaggio. Ci sono zone del Paese che più stanno intercettando questo trend di domanda?

 L’India continua ad avere questo incredibile potere di essere percepita come luogo di rigenerazione. Ed effettivamente lo è.  Il Kerala per alcuni versi incarna questa rappresentazione, grazie alla cultura dell’ayurveda soprattutto, ma nel sud c’è tanto altro da vedere, e penso al Tamil Nadu e al Karnataka che pure si portano dietro tanta spiritualità insieme ad un trionfo di natura e cultura.

I piccoli grandi “vicini” dell’India, sono in grado di attrarre l’alto di gamma?

Esattamente, ricordiamoci che il sub continente indiano non è solo India. C’è anche il Nepal, il Bhutan, lo Sry Lanka, il Pakistan e il Bangladesh. Ovviamente in ordine di importanza per il nostro settore oltre all’India ci sono Sry Lanka e Nepal che sono ben ripartiti. E poi c’è il modello esemplare del Bhutan, una destinazione up-market che sta andando molto bene nonostante sia davvero per pochi eletti, con la caratteristica di una tassa di 100 dollari al giorno per stare nel Paese, che si vada con uno zaino in spalla o in un 5 stelle; proventi che confluiscono poi in un fondo della famiglia reale che va a finanziare educazione, sanità ed istruzione per la popolazione.

Una domanda di viaggi polarizzata verso l’Oriente. Concorda con questa visione?

In questo momento l’Oriente e l’Estremo Oriente stanno vivendo certamente una grandissima spinta ma ritengo si tratti essenzialmente di una spinta di reazione innescatasi dopo il 7 ottobre, quindi da leggere in un’ottica di redistribuzione globale dei flussi, sull’alto di gamma.

In un momento in cui Medio Oriente e Nord Africa non riescono più ad assorbire tanta domanda, e anche una buona parte dell’Asia Centrale è destabilizzata, i grandi flussi si stanno concentrando su Thailandia, Vietnam, Laos, Cambogia, Indonesia e Giappone, nonostante il collo di bottiglia spaventoso rappresentato dalla mancanza del volo diretto su Bangkok. E l’India in questo gioco delle parti sicuramente non ha fatto la parte che avrebbe meritato.

Ci sono altre aree che stanno catalizzando l’attenzione del cliente up-level?

Le altre zone entrate in gioco nel bilanciamento dei flussi sono il Sudamerica dove il Brasile e l’Argentina tornano a registrare buoni numeri, e l’Africa con i safari super richiesti, Tanzania in primis ma anche Sudafrica, Namibia e Botswana. Gli Usa invece soffrono a causa di un rapporto qualità-prezzo oggi svantaggioso. Ma c’è anche un’altra area da segnalare: il Nord Europa, con un inverno pazzesco su Islanda, Lofoten, Norvegia e Finlandia, per budget molto alti.

Alessandra Tesan

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