Nel 2024 il travel ha contribuito per 10,9 trilioni di dollari al Pil globale, pari al 10% dell’economia mondiale (fonte Wttc, era 9,9 trilioni di dollari, 9,1% del Pil mondiale nel 2023), confermandosi come uno dei pilastri dello sviluppo contemporaneo e fonte primaria di sostentamento per milioni di persone.
Impatto preoccupante
Tuttavia, la rapida espansione del settore ha prodotto conseguenze ambientali fortemente impattanti. Secondo le stime dell’United Nations Environment Programme (Unep), il programma delle Nazioni Unite per l’ambiente, senza un cambio di rotta entro il 2050 il turismo potrebbe determinare un aumento del 154% nei consumi energetici, del 131% nelle emissioni di gas serra, del 152% nell’uso delle risorse idriche e addirittura del 251% nello smaltimento dei rifiuti solidi (fonte Unlocking innovation for regenerative tourism).
Percentuali che non solo compromettono ecosistemi già fragili ma mettono a rischio le stesse basi economiche del turismo, con ricadute dirette su arrivi e presenze, sulla spesa dei viaggiatori e sull’occupazione nelle aree più esposte. Studi condotti su destinazioni costiere hanno dimostrato che l’aumento dei rifiuti marini sulle spiagge comporta un calo significativo della permanenza media dei visitatori, con perdite economiche sostanziali per le comunità locali (fonte Noaa Marine Debris Program – The Economic Impacts of Marine Debris on Tourism-Dependent Communities).
Migliorare gli ecosistemi
Al contrario, i territori che scelgono la strada del turismo rigenerativo puntano allo sviluppo nel tempo. Non si tratta più soltanto di ridurre i danni ma di ripristinare e migliorare attivamente gli ecosistemi, costruendo una vera economia rigenerativa capace di coniugare prosperità economica e salvaguardia delle risorse naturali. L’adozione di pratiche di conservazione, la partecipazione delle comunità locali alle scelte di sviluppo e l’orientamento degli investimenti verso la tutela ambientale diventano condizioni imprescindibili per garantire al turismo un futuro solido e duraturo.
Oltre la mitigazione
“Il turismo rigenerativo – conferma Giancarlo Dell’Orco, destination manager ed esperto di sviluppo turistico sostenibile nelle aree interne – non si limita a ridurre gli impatti negativi del viaggio ma punta a generare un beneficio concreto per i luoghi e per le comunità che accolgono. È un modo diverso di viaggiare, in cui il visitatore diventa parte di un processo di cura del paesaggio, delle persone e delle economie locali. Le aree interne italiane rappresentano un terreno ideale per questo approccio. Sono territori ricchi di natura, saperi artigiani, tradizioni agricole e culturali che rischiano di andare perduti a causa dello spopolamento e della marginalità economica. In questo contesto, il turismo rigenerativo permette di invertire la rotta, chi viaggia non è più un consumatore frettoloso ma un ospite che contribuisce al mantenimento e alla valorizzazione del patrimonio locale”.
Relazioni umane al centro
Secondo il report Unlocking Innovation for Regenerative Tourism, realizzato dal Fii Institute insieme a Red Sea Global e alla Prince Albert II of Monaco Foundation, il turismo deve dunque trasformarsi in alleato degli ecosistemi.
La domanda di esperienze rigenerative è reale e crescente: due terzi dei viaggiatori dichiarano di voler contribuire a lasciare le destinazioni meglio di come le hanno trovate, un segnale forte soprattutto tra i più giovani e la generazione Z, che considerano il turismo sostenibile e rigenerativo un criterio di scelta determinante.
“In questo scenario – afferma l’esperto – il viaggiatore ha un ruolo fondamentale. È chiamato a sentirsi co-creatore dell’esperienza, a imparare, a contribuire, a lasciare un segno positivo. Torna a casa arricchito ma allo stesso tempo lascia dietro di sé un territorio più forte, con legami più saldi tra chi parte e chi accoglie. La mia visione è quella di aree interne trasformate in laboratori vivi, dove turismo, ambiente e comunità si sostengono a vicenda. Rigenerare non è un sogno lontano è un percorso possibile se si impara a mettere al centro le relazioni umane e il rispetto per i luoghi”.
Nuovo posizionamento competitivo
Per gli operatori, il turismo rigenerativo rappresenta un nuovo posizionamento competitivo. Il marketing si arricchisce di contenuti autentici e storytelling basato su progetti concreti. La tecnologia, dai social media all’intelligenza artificiale, supporta la comunicazione trasparente dei progressi, la misurazione dell’impatto e l’ottimizzazione dei consumi.
Un ruolo chiave è svolto dalle certificazioni. Oltre agli standard del Global Sustainable Tourism Council (Gstc), si affermano strumenti come B Corp Certification, che valuta l’impatto sociale e ambientale complessivo delle aziende, EarthCheck, adottata da molte destinazioni per validare le proprie pratiche di gestione, mentre alcuni Paesi hanno scelto approcci nazionali (per esempio Tiaki Promise in Nuova Zelanda, che invita viaggiatori e operatori a prendersi cura del territorio come custodi temporanei).
“Molte sono le realtà a livello nazionale – prosegue Dell’Orco – che stanno lavorando con passione e determinazione a modelli di turismo rigenerativo e non solo. Dalla Sicilia con il Museo dei 5 Sensi di Sciacca, alla Toscana con la Società Cooperativa Coopera, fino al Piemonte con la Cooperativa Viso a Viso, solo per citare alcuni esempi. Sono cooperative sociali e di comunità che nascono per sostenere una rigenerazione trasversale: turistica, sociale, culturale e ambientale. Proprio in questi mesi, da questa rete di esperienze, è nato anche il progetto di una mappa interattiva che prende origine dall’indagine Economie di luogo. Mappatura delle cooperative di comunità. L’iniziativa, promossa dalla Scuola delle Cooperative di Comunità e realizzata da Aiccon, ha permesso per la prima volta di ricostruire in un quadro unitario il panorama nazionale di queste esperienze, evidenziandone specificità e forme organizzative”.
La rigenerazione riguarda l’intero ecosistema turistico. Il modello dell’albergo diffuso, per citare un altro esempio radicato in Italia, mostra come il recupero di aree interne, interi paesi e case tradizionali possa restituire vitalità a comunità destinate allo spopolamento.
Creare un nuovo valore
Non mancano criticità: i costi iniziali degli investimenti infrastrutturali, la difficoltà di misurare la rigenerazione in termini oggettivi, il rischio di hypertourism nelle destinazioni che si promuovono come rigenerative e la necessità di un reale coinvolgimento delle comunità locali.
“Gli strumenti per attuare questa visione sono molteplici – spiega il destination manager – : modelli di ospitalità diffusa, esperienze a stretto contatto con la comunità, percorsi che intrecciano outdoor, cultura e agricoltura. Ma soprattutto servono processi di governance condivisa, capaci di unire operatori turistici, amministrazioni e cittadini attivi intorno a un progetto comune. La rigenerazione avviene quando tutti i soggetti si riconoscono come parte di un’unica identità territoriale. La differenza rispetto al turismo sostenibile è chiara, mentre la sostenibilità riduce i danni, la rigenerazione crea un nuovo valore. Non si tratta solo di evitare di inquinare un sentiero ma di ripristinarlo, renderlo più fruibile, trasformarlo in un’occasione di crescita per la comunità locale”.
Nonostante gli ostacoli, il turismo rigenerativo rappresenta pertanto una delle risposte più promettenti alle sfide del futuro e l’Europa, con le politiche di transizione ecologica e i fondi legati al Green Deal, sta orientando incentivi e investimenti.
Non sarà un’avventura
“Il turismo rigenerativo – conclude Dell’Orco – non è una moda passeggera ma un passaggio evolutivo oltre la sostenibilità, che ridefinisce il significato stesso di ospitalità del territorio. Per gli operatori rappresenta un’opportunità unica di costruire valore economico duraturo, rafforzando il legame con le comunità e trasformando il turista da consumatore a protagonista di un lascito positivo”.
Paola Olivari

















