Il forte aumento del costo del jet fuel sta modificando le strategie delle compagnie aeree e rende più difficile prevedere la spesa per i viaggi, aziendali e no. Riduzioni selettive della capacità, rincari e pricing dinamico impongono ai travel manager una gestione più puntuale degli accordi corporate.
Un terzo dei costi
Nel 2026 la gestione dei viaggi d’affari deve confrontarsi con un mercato aereo nel quale prezzi e disponibilità possono cambiare rapidamente. All’origine dell’instabilità c’è soprattutto il carburante, una delle maggiori voci di spesa per le compagnie.
La Iata stima per il 2026 un prezzo medio del jet fuel di 152 dollari al barile, quasi il 70% in più rispetto ai 90 dollari del 2025. La spesa complessiva dei vettori dovrebbe salire da 252 a 350 miliardi di dollari, facendo crescere l’incidenza del carburante dal 25,4 al 31,4% dei costi operativi.
Le coperture finanziarie attenuano solo in parte l’impatto. A livello globale riguardano circa un terzo dei consumi previsti e spesso proteggono dalle oscillazioni del petrolio greggio non interamente dall’aumento del margine di raffinazione necessario per produrre carburante aereo. Per questo uno shock prolungato tende a trasferirsi sulle tariffe, sulla capacità programmata e sulla redditività delle rotte.
I ricavi del settore
Sul fronte dei ricavi, secondo Iata, nel 2026 quelli derivanti dalla vendita dei biglietti passeggeri dovrebbero raggiungere 839 miliardi di dollari, in aumento del 9,2% rispetto ai 768 miliardi del 2025. Una crescita nettamente superiore al 2,1% atteso per la domanda, misurata in Rpk, i passeggeri-chilometro paganti, che segnala un aumento delle tariffe applicato dalle compagnie per recuperare almeno una parte dei costi legati allo shock petrolifero.
I ricavi medi per passeggero-chilometro dovrebbero crescere del 7%, mentre il load factor è atteso al nuovo massimo storico dell’84%. I ricavi ancillari e le altre entrate dovrebbero aumentare del 12,6%, raggiungendo 165 miliardi di dollari, spinti dalle strategie con cui i vettori cercano di massimizzare il valore generato da ciascun cliente.
Per la prima volta dal 2019, questa componente dovrebbe contribuire ai ricavi delle compagnie in misura superiore al trasporto aereo delle merci.
Volatilità preoccupante
Gli effetti degli aumenti sono già visibili nelle scelte delle aziende. Durante l’evento Th!nk 2026 organizzato da Fcm Travel a Sydney, un sondaggio in tempo reale tra i travel manager ha indicato nella volatilità delle tariffe aeree la principale preoccupazione per la seconda metà dell’anno, davanti alla gestione dei dati e alla resistenza dei dipendenti alle travel policy.
Secondo l’analisi presentata, la priorità dei vettori non sarebbe più soltanto conquistare quote di mercato, ma recuperare l’aumento dei costi attraverso una combinazione di pricing, selezione delle rotte e controllo dell’offerta. Ne deriva un andamento meno lineare, nel quale persino il vettore in genere più caro può risultare temporaneamente più conveniente su uno specifico volo.
No alle regole generiche
Per i travel manager diventa quindi rischioso affidarsi a regole generiche, come prenotare sempre con largo anticipo o concentrare le scelte su un solo vettore. Prezzo, frequenza e disponibilità devono essere analizzati per singola rotta, verificando con continuità il vantaggio effettivo delle condizioni negoziate.
I contratti corporate conservano un ruolo centrale soprattutto sui collegamenti poco competitivi o raramente interessati da promozioni e le tmc possono offrire ai fornitori ciò di cui hanno maggiore bisogno in una fase instabile, ossia volumi prevedibili e domanda ricorrente.
La risposta alla volatilità passa dunque da budget più flessibili, dati di spesa aggiornati, soglie di prenotazione differenziate e verifiche periodiche degli accordi. Non basta ottenere uno sconto nominale, occorre misurare se la tariffa contrattata rimane competitiva mentre compagnie e capacità cambiano rapidamente.















