L’ingresso dei fondi di investimento è una leva strategica per la crescita del turismo italiano. La conferma arriva dai vertici di Alpitour World, TH Group, Hnh Hospitality e Mangia’s, in occasione dell’Hospitality Forum 2026. Nel loro caso l’apertura del proprio capitale ha consentito di accelerare lo sviluppo. Seppur con quattro modelli differenti condividono l’importanza di mantenere il controllo del know-how gestionale e dell’identità aziendale, con la consapevolezza che, per competere con i grandi gruppi internazionali, servono massa critica, aggregazioni e aziende strutturate. In questo contesto si inserisce l’analisi di Gabriele Burgio, presidente e a.d. di Alpitour World, che individua la causa di questa svolta nella forte crescita di investitori stranieri che hanno messo “un po’ fuori gioco le aziende italiane di piccola dimensione rispetto ai colossi, soprattutto finanziari”. L’intervento di risorse esterne “nel nostro caso è stato importante, non tanto per la parte retail, ma per quella tour operator, con un aumento di capitale”. Alpitour World ha scelto di sviluppare i brand in casa, “diversamente da chi ha scelto di affidare la crescita ai grandi brand internazionali”. L’indicazione di Burgio è che la proiezione importante “non è sul fatturato, ma sulla capacità di autofinanziare la crescita”.
L’ipotesi di un grande polo dell’ospitalità
“L’Italia ha bisogno di un grande gruppo imprenditoriale del turismo”. È il messaggio di Graziano Debellini, presidente TH Resorts-TH Group. Il manager pensa che il turismo italiano abbia davanti “una grande opportunità, ma per coglierla dobbiamo fare un salto di qualità e di dimensione. Oggi abbiamo realtà eccellenti, ma troppo frammentate per competere alla pari con i grandi gruppi internazionali”. Nella sua idea Debellini pensa a “mettere insieme imprenditori che abbiano una visione industriale del turismo, non speculativa, e costruire una realtà con una massa critica significativa”. Per una società gestionale, arrivare nell’ordine degli 800-900 milioni di euro di fatturato significherebbe avere “la dimensione necessaria per ammortizzare la struttura, investire sul prodotto, sulle persone, sull’innovazione e sulla qualità”. TH ha chiuso il 2025 a 265 milioni di euro, punta “a superare i 300 milioni nel breve e ad arrivare a 500 milioni nell’arco del prossimo triennio”. Se l’obiettivo è costruire “un grande operatore italiano capace di competere internazionalmente” si deve avere il coraggio “di ragionare in una logica diversa”. C’è un tema “di fiducia tra imprenditori, investitori e gestori”. Debellini crede nella partnership tra queste tre componenti e pensa che si debbano tenere insieme “capitale, immobili e gestione, ma dando alla gestione il giusto riconoscimento”.
Marcello Mangia, presidente e a.d. di Mangia’s, riconosce che l’accordo con i fondi di investimento ha impresso alla compagnia “un salto evolutivo impensabile”. Il vero fattore generatore di valore è stata “la possibilità di scalare le dimensioni della nostra compagnia”. Mangia guarda con interesse ai principali operatori internazionali, “perché hanno saputo trasformare l’hospitality in un modello industriale fondato su gestione, distribuzione globale, forza del brand e capacità di creare valore nel tempo”, ma chiarisce di non voler replicare “quei modelli in maniera meccanica”. L’ambizione è costruire “un grande gruppo italiano dell’ospitalità, con un’identità profondamente legata ai nostri territori”. Il principale ostacolo alla crescita del settore in Italia non risiede nella mancanza di capacità imprenditoriali, ma nella scarsità di strutture disponibili, la cui gestione è ancora prevalentemente di natura familiare, osserva Luca Boccato, a.d. di Hnh Hospitality. In assenza di un adeguato ricambio generazionale è complesso “proporsi con una logica più moderna di gestione”. Boccato evidenzia anche che il mercato stia raggiungendo una maggiore maturità, “gli investitori istituzionali dimostrano una conoscenza più approfondita della geografia italiana”. Questo fenomeno lo si vede in relazione all’asset class dei resort, verso cui si registra “un forte interesse” unito alla percezione di un rischio minore sul fronte dell’investimento.
Stefania Vicini

















