L’estate conferma la capacità dell’hospitality italiana di attrarre domanda internazionale, ma evidenzia anche differenze marcate tra destinazioni e una domanda domestica più prudente. È quanto emerso dal confronto tra operatori dell’hotellerie durante Ithic 2026, dove il tema non è stato soltanto quello delle performance, ma anche della necessità di costruire una maggiore strutturazione del sistema turistico italiano.
Un’estate diversa tra destinazioni
Milano ha iniziato bene per poi rallentare, mentre Roma ha registrato performance positive, con strutture arrivate a un 90% di occupazione ha affermato Luca Boccato, ceo di Hnh Hospitality. Il quadro cambia però sensibilmente a seconda delle destinazioni. Per Sara Digiesi, ceo Bwh Hotels Italy & South-East Europe, il gruppo, che conta 185 alberghi sul territorio italiano, ha registrato una crescita prossima alla doppia cifra per 40 strutture in località cosiddette secondarie, con una maggiore sofferenza nel Nord e Nord-Est, soprattutto ad agosto. Giugno e luglio hanno invece evidenziato risultati molto positivi, mentre settembre ha segnato una forte ripresa, diventando “in assoluto il nostro mese record da sempre”. Una dinamica che conferma anche il progressivo spostamento dei flussi oltre il tradizionale picco di agosto.
Stranieri in crescita, italiani più prudenti
Anche Gabriele Burgio, president & ceo di Alpitour World, descrive un andamento positivo per il segmento alto di gamma del Gruppo (VoiHotels), caratterizzato però da una forte componente internazionale: circa il 95% della clientela delle strutture cinque stelle del gruppo è straniera, con una presenza significativa di americani. Più lenta la partenza del mercato italiano, che ha mostrato segnali di ripresa soprattutto avvicinandosi alle date di viaggio. Un andamento definito particolare per la lunga fase di attesa che ha preceduto le prenotazioni, prima di arrivare a un risultato finale che ha portato grande soddisfazione in casa Alpitour. Il tema della capacità di spesa domestica resta tuttavia centrale. Giorgio Marchegiani, ceo di Una Italian Hospitality, sottolinea come nei segmenti alti il consumo sia sostenuto anche dall’effetto ricchezza, mentre maggiori criticità emergono nelle fasce più basse. La questione riguarda anche il lavoro, in un settore che continua a confrontarsi con salari contenuti e difficoltà nel trattenere e riportare personale nell’industria alberghiera.
Prezzi, qualità e competitività
La domanda italiana continua comunque ad avere un ruolo importante, soprattutto nelle destinazioni secondarie, dove rappresenta una componente di stabilità per gli hotel e contribuisce ad alimentare successivamente anche la domanda internazionale. Il tema è però quello della durata del soggiorno: secondo gli operatori, gli italiani continuano a scegliere strutture di qualità, riducendo però di una o due notti la permanenza. Da qui la necessità di mantenere un rapporto equilibrato tra aumento delle tariffe e qualità percepita. La crescita dei prezzi deve corrispondere in qualche modo a una crescita della soddisfazione, è stato sottolineato durante il confronto. Accanto al leisure resta fondamentale il corporate, considerato un tessuto di domanda essenziale per la competitività delle destinazioni.
Costi e sostenibilità economica del modello
La pressione sui costi rappresenta una delle principali incognite per gli operatori. Burgio richiama in particolare il costo dell’energia e l’incertezza che rende più complessa anche la costruzione dei budget. A questo si aggiunge la distanza tra l’aumento dei costi sostenuti dalle imprese e l’evoluzione degli stipendi reali, che rischia di rendere progressivamente la vacanza meno accessibile. La struttura dei costi alberghieri, osservano gli operatori, è infatti relativamente rigida e lascia margini limitati per intervenire sulla competitività senza incidere sulla qualità dell’offerta.
Una politica industriale per il turismo
Il confronto riporta così al tema più ampio della strutturazione del sistema turistico italiano. La questione, negli anni ordinari, non sarebbe tanto quella di aumentare semplicemente il numero dei visitatori, quanto di costruire una strategia capace di distribuire meglio i flussi e il valore sul territorio. Una politica industriale del turismo, come è stata definita nel panel, intesa non come dirigismo ma come maggiore organizzazione: scegliere le destinazioni su cui investire, intervenire sulle infrastrutture, rafforzare i collegamenti e costruire accordi tra città. Una prospettiva che mette insieme performance alberghiere, competitività delle destinazioni e capacità del sistema di affrontare una domanda sempre più internazionale, senza perdere il ruolo della clientela italiana.
Francesca Motta












